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Frontalieri e il patto bilaterale Svizzera-Italia

L’accordo prevede che i circa 50 mila lavoratori frontalieri italiani le tasse in Svizzera. Il fisco elvetico opera poi una spartizione: il 68,2% li trattiene, mentre la parte rimanente (il 31,8%) arriva in Italia e da qui torna nelle tasche dei comuni di frontiera

Tra la Svizzera e l’Italia dal 1974 esiste un patto bilaterale in tema di lavoro. L’accordo prevede che i circa 50 mila lavoratori frontalieri italiani che ogni giorno partono dalle località di confine per lavorare nelle aziende del Canton Ticino, paghino le tasse direttamente in Svizzera. Il fisco elvetico opera poi una spartizione dei soldi: il 68,2% li trattiene, mentre la parte rimanente (il 31,8%) viene versata entro il 30 giugno di ogni anno nelle casse dello Stato italiano. Dopo 18 mesi da Roma questi ristorni (circa 45 milioni di euro l’anno) tornano ai comuni di confine opportunamente ripartiti.

Soldi indispensabili per i comuni di confine. Lo sanno bene i ticinesi che usano questa leva per avere ragione dei torti subiti da Giulio “fascetto” Tremonti. Il primo risale al 2009, quando il ministro ha varato lo scudo fiscale per favorire il rimpatrio e la regolarizzazione delle attività finanziarie illegalmente trattenute all’estero. Un provvedimento che ha permesso di far rientrare in Italia grandi somme di denaro (ripulito al costo irrisorio del 5%), succhiando però risorse importanti dai caveau delle banche svizzere.

Allo scudo fiscale nel 2010 si è aggiunta un’ulteriore incrinatura nei rapporti, determinata dalla scelta di inserire la Svizzera nella black list dei paesi a regime fiscale privilegiato. È stato come gettare una tanica di benzina sul fuoco della polemica. Da allora nel vicino cantone di lingua italiana è iniziata una vera e propria operazione di rappresaglia che vede nel ministro Tremonti il nemico pubblico numero uno e ha determinato il successo dei partiti più intransigenti e anti-italiani, come l’Udc e la Lega dei Ticinesi, che per colpire il ministro se la stanno prendendo con gli anelli più deboli di tutta la catena, ovvero i lavoratori frontalieri e i comuni di confine. Prima l’Udc ha infiammato la polemica con la campagna Balairatt, in cui i lavoratori frontalieri venivano dipinti come topi intenti a rubare il formaggio svizzero. Poi Giuliano Bignasca è passato all’affondo. Il capo della Lega dei Ticinesi (che ricorda per i temi trattati e per toni utilizzati, la Lega di Bossi), ha chiesto una drastica riduzione del numero di frontalieri in Svizzera (13 o 14 mila in meno), poi ha ottenuto il congelamento di metà dei ristorni. È lo stesso Bignasca a spiegare le ragioni del blocco dei pagamenti in un’intervista al quotidiano La Provincia di Varese: “Non possiamo tollerare l’attacco alla nostra piazza finanziaria in silenzio. Probabilmente Tremonti non ha capito quello che ha fatto. Ci sono in gioco posti di lavoro. Se il suo problema è reperire risorse per tenere in piedi i vostri conti statali, bene, parliamone. Ma basta fiscovelox, pedinamenti dei finanzieri e via subito dalla black list. Non crederete mica di poter portare avanti le stesse misure restrittive della Germania. Non siete nelle condizioni di farlo”.


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