Il terrore corre. Sui fili dei telefoni interni a Palazzo Chigi, incandescenti, e sul sacro pratone di Pontida. C’è un sentimento che ieri ha unito Lega e Pdl oltre gli steccati dell’alleanza: la paura di essere a un passo dalla contestazione pubblica. E da un’indecorosa fine politica. “Ma io su Gianni Letta metto le mani sul fuoco – ha tuonato ieri il Cavaliere – e questa è un’inchiesta basata sul nulla, Letta è un galantuomo…”. Paura vera. Se l’inchiesta di Napoli, infatti, avrà i temuti sviluppi, ciò che si pensa nel Pdl è che stavolta l’offensiva della magistratura possa colpire pezzi nobili dell’organigramma di Palazzo Chigi. “Siamo assolutamente sereni – negava l’evidenza ieri il ministro Rotondi – perché la Procura di Napoli non ha finalità politiche”. Forse sì. O forse, come bisbigliavano ieri negli uffici governativi di piazza Colonna, l’inchiesta colpirà dentro il mare magnum dei tanti pidiellini che regolarmente si rivolgevano a Bisignani. Che lunedì sarà interrogato: sono in molti a temere le sue parole. Anche un Berlusconi sempre più solo, “umiliato dal dover andare in tribunale come imputato”, cosa che farà stamattina e lunedì. Intanto ieri Quagliariello e Cicchitto hanno presentato la tanto sbandierata proposta sulle primarie: un ddl per rendere obbligatorio il ricorso alle primarie per i candidati sindaci e alle presidenze di regioni e province, ma non per la scelta del candidato premier. “Ridicolo”, per dirla con il capogruppo dell’Idv, Massimo Donadi.
Il raduno leghista di Pontida, poi, è un’incognita. Il Cavaliere, teme le parole del leader del Carroccio come quelle di Bisignani. E i “quadri” leghisti temono di trovarsi davanti a un popolo pronto a contestare duramente l’operato dei vertici e, soprattutto, l’alleanza con Berlusconi, indicato come il principale colpevole della discesa agli inferi elettorali delle ultime settimane. “È ora di finirla con i quaquaraqua!”, “Basta con la claque dei cornuti con lo spadone che applaudiranno qualsiasi cazzata biascicherà Bossi…”, queste le voci padane in cerca di risposte da Pontida. Che forse, però, non arriveranno. Ieri il Senatùr ha disertato il vertice della Lega a via Bellerio, Maroni lo ha atteso due ore, poi se n’è andato senza salutare. Aria pesante. Anche perché i neo-eletti leghisti che dovranno fare il tradizionale giuramento quest’anno saranno una cinquantina. L’anno scorso erano 400. Bossi domenica lancerà una sorta di pre ultimatum al Cavaliere, che non è più un alleato utile a portare avanti la riscossa padana, ma si è trasformato in una palla al piede. La parola d’ordine partirà dalla riforma fiscale e dal “ridare le tasse al Nord”, che “finalmente”, con il federalismo, torneranno nelle tasche di chi le “le paga sul serio”. Poi un ovvio passaggio sugli immigrati, ma soprattutto sulla forza leghista di aver respinto, per l’ennesima volta, il decreto rifiuti in consiglio dei ministri, “perché noi non vogliamo i rifiuti dei terroni”. Nessuno strappo plateale, dunque, ma messaggi precisi e mirati, per far capire all’alleato che il tempo è scaduto. Secondo altre fonti leghiste, la Pontida 2011 potrebbe anche essere quella del passaggio di consegne. Bossi potrebbe indicare Maroni come luogotenente nel potere romano e Calderoli come riorganizzatore del partito. Un modo, si dice, per passare le consegne senza intaccare la successione diretta a Renzo “Trota” e così placare gli animi dei colonnelli. Ma di certo non quelli della base. E la paura sale ancora.
di Sara Nicoli e Davide Vecchi
da il Fatto quotidiano del 18 giugno 2011














