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I derivati valgono 10 economie mondiali E la regolamentazione resta lontana

601 mila miliardi di dollari, 10 volte il Pil globale. A tanto ammonta il controvalore degli strumenti finanziari derivati scambiati nel Pianeta. A rivelarlo la Banca dei regolamenti internazionale nel suo bollettino trimestrale. Il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner invoca regole globali, un traguardo tuttora lontano

Nella gestione del mercato dei derivati occorre implementare norme più severe evitando di seguire “il tragico esempio” di una regolamentazione soft di scuola britannica. Il segretario al tesoro degli Stati Uniti Timothy Geithner non ha certo usato mezze parole per esprimere quello che evidentemente è un concetto che gli sta profondamente a cuore. Responsabile forse numero uno della crisi finanziaria – o per meglio dire della sua diffusione dalla California all’Islanda fino ai mercati emergenti e all’Europa continentale – la finanza strutturata continua a destare i peggiori timori agli occhi degli analisti. E sì, perché alla luce dei dati odierni non traspare soltanto come la crisi mondiale non sia affatto in remissione. Ma anche come i suoi catalizzatori principali godano tuttora di ottima salute. Grazie anche alla possibilità di alimentare milioni di transazioni nella più assoluta indipendenza.

Le informazioni le ha fornite puntualmente la Banca dei regolamenti internazionali del Comitato di Basilea pubblicando l’ormai consueto bollettino trimestrale. E ribadendo, ancora una volta l’ottimo stato di salute del settore. “Il valore nozionale dello stock in essere di derivati negoziati fuori borsa (over-the-counter, OTC) è salito del 3% nella seconda metà del 2010, portandosi a 601 trilioni di dollari a fine dicembre – si legge nel rapporto. L’incremento è in larga parte conseguenza diretta dell’apprezzamento delle principali valute nei confronti del dollaro USA, divisa di segnalazione delle statistiche”. Uscendo dal gergo finanziario: l’ammontare totale dei titoli derivati circolanti nel mondo e misurato nel secondo semestre dell’anno scorso è pari a un controvalore teorico di 600 mila miliardi di dollari. L’aumento è leggermente sovrastimato, perché la quantità è misurata in dollari e la valuta Usa, nel periodo di osservazione, si è leggermente deprezzata rispetto alle altre. Ma la sostanza non cambia. Questa montagna di ricchezza virtuale – e tale resta visto che al mondo non esiste un ammontare equivalente di capitali in grado di liquidarla – continua a mantenersi costantemente abnorme. E di certo non è una bella notizia.

Quella dei 600 mila miliardi si è imposta da tempo come la soglia critica del settore. Nel dicembre del 1998, quando la Bis realizzò la prima rilevazione, il controvalore degli strumenti derivati scambiati fuori dalla borse si attestava a quota 81 mila miliardi, equivalenti al 125% circa del Pil mondiale misurato oggi. Basterebbe questo confronto per capire il significato della pantagruelica esplosione del settore nel corso dell’ultimo decennio. Alla fine del 2001 il loro valore complessivo aveva superato i 111 mila miliardi, 3 anni più tardi l’ammontare era quasi quadruplicato. L’anno successivo l’incremento sarebbe stato di 181 mila miliardi, un record. La crisi ha successivamente prodotto un’altalena, ma le variazioni non sono state più così significative. Oggi, spiega la Bis, il settore sfonda nuovamente la soglia dei 600 trilioni (o bilioni, a seconda delle scuole di pensiero sulla traduzione corretta del termine “trillion”) avvicinandosi alla quota record del 2009 (614). La differenza rispetto ad allora è pari a 13 mila miliardi. Una cifra apparentemente enorme, equivalente a poco meno del Pil dell’Unione europea. Ma anche una sostanziale bazzecola per un mercato equivalente a 10 prodotti interni lordi mondiali.

Fin qui la sbornia delle cifre. Salutare, vista la sua utilità per capire la portata del fenomeno. Ma in realtà, per comprendere il significato del rapporto Bis e delle preoccupazioni di Geithner, occorre concentrarsi su un’altra espressione ricorrente: over-the-counter, OTC, letteralmente “dietro al bancone”, o per rendere meglio l’idea “sottobanco”, dove l’espressione non implica operazioni illegali quanto in realtà transazioni invisibili ai più. La stragrande maggioranza degli scambi del settore avviene al di fuori delle piazze ufficiali, il che significa sfuggire al controllo degli organi di vigilanza. Una Consob o una Fsa mondiale dei derivati ancora non esiste anche se la scadenza ipotetica per una sua costituzione si avvicina sempre più. In risposta alla crisi finanziaria, il G20 aveva fissato per il 2012 il termine necessario per la realizzazione di un organismo di vigilanza globale sul mercato: una specie di clearing house globale, ovvero una stanza di compensazione, caratterizzata dalla presenza di intermediari in grado di fare da garanti sulla riuscita delle operazioni offrendo implicitamente trasparenza a un mercato ad oggi ancora largamente nell’ombra. Ma la differenti vedute tra le due sponde dell’Atlantico e la resistenza delle lobbies bancarie (il 96% delle transazioni è compiuto oggi da cinque banche Usa – JP Morgan, Citibank, Bank of America, Goldman Sachs ed Hsbc – che alla fine del 2010 hanno messo in cassa profitti per più di 19 miliardi) rende questa ipotesi molto labile.

Insomma, il mercato ha ancora ottime probabilità di restare nell’ombra dando spazio a libere transazioni dei suoi titoli strutturati. Derivati scambiati pericolosamente come i contratti futures sulle materie prime che fanno esplodere il prezzo del petrolio o scatenano emergenze umanitarie quando prendono di mira le commodities alimentari. Oppure le obbligazioni “collaterali”, le stesse che hanno permesso al mercato immobiliare di trascinare sul fondo una pletora di investitori che avevano scommesso sui subprime, o i famigerati Interest rate swaps, gli strumenti pensati per proteggere dai rischi di un’impennata dei tassi di interesse che hanno messo in crisi migliaia di municipalità in Italia, Usa e Germania e che divengono adesso sempre più “strategici” di fronte alla crescente attenzione per le politiche monetarie globali che si basano, ovviamente, proprio sulla gestione del costo del denaro. Infine, gli immancabili Cds, quei Credit default swaps che proteggono sì dal rischio bancarotta dei debitori ma lanciano anche pericolosi segnali di mercato spingendo verso l’alto la paura e i tassi di interesse sulle obbligazioni a danno, Grecia docet, delle stesse esposizioni debitorie. Pur rappresentando ancora una fetta ridotta del mercato, i Cds sulle obbligazioni sovrane sono cresciuti del 6% nell’ultimo semestre preso in esame dalla Bis. Confermando una tendenza alla crescita evidenziatasi in modo ancor più netto durante la prima metà del 2010, quando il loro controvalore aveva subito un incremento del 26%.


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