“La sovranità popolare è sacra!” La scritta campeggiava su cartelloni dallo sfondo azzurro, firmati dall’associazione “Dalla parte della democrazia” (i cui più illustri componenti sono Roberto Lassini e Tiziana Maiolo). Del resto l’articolo 1 da tempo, specialmente da una parte politica, è ricordato solo per “La sovranità appartiene al popolo”, trascurando il seguito “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Questa volta, però, non voglio noiosamente soffermarmi su questa seconda parte, ma piuttosto lasciare al presidente del Consiglio la licenza di raccontare, nel modo che ritiene più utile per se medesimo, che egli è stato eletto dal popolo e che il popolo, per il fatto di essere sovrano, non può essere defraudato delle sue scelte. Punto.

Ma se la sovranità appartiene al popolo, per quale motivo, quando il popolo non è d’accordo con il manovratore, viene tacciato di essere senza cervello? E quando l’Agcom, non esattamente un organo rivoluzionario, si vede costretta a minacciare sanzioni alla Rai per la scarsa informazione sul referendum o giornalisti professionisti del Tg1 e del Tg2 cadono nell’errore di comunicare la data sbagliata del voto, quanto è ancora possibile credere che la sovranità popolare sia centrale per chi ha le leve del comando?

Non vorrei trascurare, nello scrivere di sovranità popolare, le difficoltà che studenti e lavoratori fuori sede (più di 800 mila) devono affrontare per esercitare il proprio diritto di voto. Per esprimersi alle elezioni, e quindi anche al referendum, sono obbligati a ritornare alla loro residenza legale e non è sempre possibile. Basterebbe trovare forme adeguate per permettere l’esercizio del voto nel luogo dove si lavora o si studia: ma a nulla, finora, sono valse le petizioni e i flash-mob, (il prossimo sabato 11 nelle maggiori città italiane) per sensibilizzare le istituzioni.

Ma il problema di maggiore evidenza è senza dubbio il vincolo del quorum che, da strumento di contrappeso studiato dai padri costituenti per impedire che una minoranza avesse il potere di ribaltare una legge, è diventato, con il mancato raggiungimento, un’impropria forma di esercizio della volontà di espressione suggerita proprio da coloro che si beano del consenso del popolo che li ha eletti depositando la scheda nell’urna. È giusto dunque che il popolo del No, lo stesso che ha promulgato le leggi e che controlla parte dell’informazione, possa sommarsi strumentalmente a quel numero non irrilevante di cittadini che, per impedimento o convinzione, non si reca abitualmente a votare?

E dire che i metodi per garantire una larga espressione di opinione ai referendum, impedendo nel contempo ad una minoranza di decidere, ci sarebbero. Per esempio, si potrebbe proporre un quorum che cambia ad ogni elezione, calcolato sul 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche. A Milano, in coincidenza coi referendum nazionali, si vota anche per quelli consultivi di interesse comunale, aventi in oggetto provvedimenti ambientali: il quorum è stato fissato 30%, gli altri si adeguino. Curioso poi che, in Italia, per le consultazioni referendarie sulla conferma di leggi di modifica della Costituzione il quorum proprio non esista.

Ma la proposta più interessante ritengo possa essere quella del raggiungimento del 25%+1 voto per il Sì: infatti se la metà più uno degli aventi diritto al voto si presentasse ai seggi, sarebbe questa la quota che porterebbe all’abrogazione della legge. Se questa tutela delle pari condizioni per due schieramenti fosse introdotta, coloro che tengono particolarmente al mantenimento di queste leggi (gli stessi, per intenderci, che per dire No stavolta staranno a casa) sarebbero costretti a esprimere degnamente la loro opinione, in ossequio all’articolo 48 della Costituzione che afferma perentoriamente che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.

Anzi, sarebbe utile che, nell’informazione sui quesiti referendari, si facesse obbligo di esibire in sovrimpressione l’esercizio del voto è dovere civico, un po’ come ricordare che “la legge è uguale per tutti”, frase della quale, non a caso, dovremo ribadire la necessità il 12 e il 13 giugno.