E’ indiscutibile: hanno vinto loro. Loro, i grillini, anzi quelli del Movimento 5 Stelle, ché a chiamarli grillini s’offendono, se non s’offendono storcono il naso. E ora tutti a tesserne lodi sperticate. Gli stessi che fino alle scorse regionali li liquidavano con quel mezzo sorriso di scherno e sufficienza. Adesso eccoli lì, a blandirli: perché i numeri dei grillini (mi perdoneranno, ma per economia continuerò a chiamarli così, senza alcun intento denigratorio) fanno gola, oltre che paura.

Però, a guardare da vicino i risultati di queste amministrative, si delinea una differenza netta, nettissima, tra le preferenze che il 5 Stelle ha ricevuto nel centro-nord e quelle ricevute al sud e nelle isole. Il dato reale che emerge dai risultati del Movimento dovrebbe dare adito a riflessioni: come Cristo, anche Grillo s’è fermato a Eboli. Anzi, qualche centinaio di chilometri più su. E se è vero che a Bologna il risultato sfiora le due cifre, a Rimini incassa oltre l’11%, a Cattolica quasi il 15%, a Savona il 9% e via dicendo, sotto Roma i risultati elettorali sono totalmente diversi. Passi per Napoli, dove ha addirittura perso qualche decimale rispetto alle ultime regionali: la battaglia era decisamente difficile e De Magistris, amatissimo, ha un programma quasi identico a quello del Movimento, soprattutto in materia di gestione dei rifiuti. Perché una discrepanza così netta tra le preferenze al nord e quelle al sud?

Una disparità facilmente comprensibile se il programma portato avanti dal Movimento 5 Stelle viene letto alla luce di uno strumento come la scala di Maslow. Si tratta di una scala di bisogni suddivisa in cinque differenti livelli, dai bisogni più elementari (necessari alla sopravvivenza degli individui) a quelli più complessi (di carattere sociale). Gli individui si realizzano passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Sicché, dove i bisogni di livello inferiore, per esempio legati alla sopravvivenza e alla sicurezza, risultino soddisfatti, si può passare a livelli superiori, per esempio quelli legati all’autostima e all’autorealizzazione.

Alla luce della scala di Maslow, Grillo e il Movimento parlano a chi i bisogni primari li ha già soddisfatti, almeno in larga parte, a chi ha una qualità della vita perlomeno dignitosa, a chi non vive il dramma della sopravvivenza quotidiana e può dedicarsi a questioni più “alte”. La conquista del Sud passa attraverso altre parole, altri impegni. Parole difficili, impegni pesanti. Il peso schiacciante sul meridione non è solo quello delle mafie. Le mafie sono un’economia alternativa, uno strumento per mantenere intere regioni in un perpetuo stato di degrado e sudditanza. Così, di fronte alla colonizzazione del Sud, Grillo e il Movimento non rappresentano nessuna alternativa, nessuna speranza. Come ci si può interessare all’abolizione dell’ordine dei giornalisti, o del wi-fi libero, qui al Sud, dove è a rischio la sopravvivenza, dove il diritto diventa privilegio, dove il proprio pane dipende dal padrone di turno?

Dunque, come gli altri, Grillo parla a mezzo paese. A quello “dove si sta meglio”, ignorando tematiche che invece sul territorio meridionale sono vive e drammatiche, tematiche che sono lo specchio di bisogni primari insoddisfatti: il lavoro, la casa, la sopravvivenza. E anche a quel mezzo paese, Grillo “canta la mezza messa”, come direbbe Montalbano. I grandi temi restano esclusi: della scuola, scempiata prima dalla Moratti e poi dalla Gelmini, non si parla; sulla sanità, devastata e depredata, manco un fiato; ad agricoltura e pesca, abbandonati a se stessi, neppure un accenno. L’Inps e le riforme pensionistiche sembrano non esistere, nel mondo di Grillo. Quasi bastassero le cinque stelle a risolvere tutto. Un eccesso di semplificazione che, nelle zone più problematiche del Paese, riesce a risultare stucchevole, se non ridicola.

E’ questo il motivo per cui, in queste “zone più problematiche”, il Movimento non ha la stessa rispondenza in termini di voto, pur avendo, probabilmente proprio al sud, portato avanti più battaglie vincenti che altrove. A problemi così gravi e complessi, non si può rispondere con candidati giovani, giovanissimi, che non hanno mai fatto neppure il consigliere comunale. L’amministrazione di una città è cosa delicata, non basta la buona volontà e la preparazione teorica. Ci vuole capacità, conoscenza, polso. Ecco, amministrare una città è un po’ come un’operazione chirurgica, un intervento al cuore. Mica lo può fare un ragazzo fresco di laurea in medicina, anche se cum laude! Mica basta avere i titoli. Ci vuole esperienza.

E questo porta a un altro argomento caro a Grillo, ma poco condivisibile, temo, nell’ottica dell’esperienza: le due legislature e poi a casa. Due legislature. Dieci anni. Quelli in cui qualcuno dell’età di Calise, per esempio, si costruisce il proprio futuro. Invece, in quei dieci anni, si “presta alla politica”, per usare un’espressione cara a Grillo e si ritrova a ricominciare da zero a trent’anni, a trentacinque, finendo con l’aver fatto magari il bene del paese ma non il proprio. Trovo sia inconcepibile l’idea di un politico che faccia bene il proprio lavoro e sia costretto a lasciarlo per scadenza contrattuale. E, se vale per gli “impiegati pubblici” come i politici, deve valere anche, chessò, per i giudici, gli insegnanti, le guardie municipali. Se si tratta di essere “al servizio del cittadino”, perché i politici sì e gli insegnanti no? Recuperare il concetto di meritocrazia è così difficile? Ci sono intere città che piangono all’idea di dover perdere un bravo sindaco solo perché non possono eleggerlo per la terza volta. E’ così difficile guardare oltre il famigerato “largo ai giovani” per adottare il più giusto “largo ai bravi”? La giovinezza non è un merito né un demerito, è un dato anagrafico. Nient’altro.