Di una cosa possiamo essere sicuri: d’ora in poi nella politica italiana niente sarà più come prima. Il voto di ieri, che proprio Silvio Berlusconi aveva presentato come un referendum su se stesso e sul suo governo, ha dato un responso chiaro. Ha detto che il Paese non ne può più del Cavaliere. Ha dimostrato che il suo disprezzo per le regole, per gli avversari, per l’etica e per l’educazione, ha ormai irrimediabilmente stancato.

Per questo non è azzardato prevedere che, se tra quindici i giorni anche i ballottaggi – a partire da quello di Milano – si concluderanno nello stesso modo, la permanenza del presidente del Consiglio pro-tempore a Palazzo Chigi rischia di durare meno di quanto lui speri.

La partita però è tutt’altro che chiusa. Per dare una scossa e frantumare la maggioranza parlamentare che Berlusconi ancora controlla, non sarà sufficiente che all’ombra della Madonnina Giuliano Pisapia strappi (fatto probabile, ma non del tutto certo) la poltrona di sindaco a Letizia Moratti. Decisivo sarà anche il ben più difficile secondo turno di Napoli dove Luigi De Magistris per vincere dovrà ottenere l’appoggio degli elettori del Pd e del Terzo polo.

Solo così i signori del Palazzo sentiranno realmente il fiato sul collo dei cittadini. Solo così le crepe nelle fila del centrodestra si allargheranno fino a rendere palese il fatto che la maggioranza (quasi quanto il Paese) ha mille problemi. Ma che il più grosso di tutti è lui: il settantacinquenne Berlusconi.

Poi, per completare l’opera, bisognerà pensare al passo successivo: i referendum di giugno. Ieri in Sardegna quello consultivo sul nucleare ha dimostrato come realmente sull’atomo sia possibile raggiungere e superare (e di molto) il quorum.

Al Senato, già questa settimana, si dovrebbe cominciare a discutere la legge Omnibus in cui Berlusconi, per sua stessa ammissione, ha introdotto l’abrogazione a tempo delle centrali, in modo da evitare la consultazione nazionale e poi riprendere, tra un paio d’anni, il programma atomico. Una furbata, o meglio un furto di democrazia dichiarato, che però potrebbe non bastare per evitare il voto. Sia perché la corte di Cassazione può ammettere il referendum lo stesso (la legge attuale non verrà interamente abrogata da Palazzo Madama), sia perché il presidente Giorgio Napolitano può evitare di promulgare immediatamente le nuove norme (per farlo ha 30 giorni di tempo), dando così agli elettori la possibilità di esprimersi.

Ecco perché i referendum, tra i quali accanto a quello sull’acqua pubblica è presente quello sul legittimo impedimento, sono ora, con i ballottaggi, la nuova tappa nella corsa per ristabilire (o meglio stabilire) nel nostro Paese dei canoni da normale democrazia .

La festa di Milano per la vittoria di Pisapia, alla quale sono accorse senza essere state convocate da nessuno migliaia di persone, e i risultati straordinari raggiunti in molte città del Movimento 5 Stelle (il vero terzo polo), dimostrano come in Italia tra i cittadini ci sia una gran voglia di riappropriarsi della politica con la P maiuscola. Chi ora è asserragliato nel palazzo la sa benissimo. Per questo la partita è tutt’altro che chiusa. Ma in fondo al tunnel, dopo tanti anni, si intravede un po’ di luce.