Abu Mazen, Khaled Meshal e Ismail Haniyeh

“Annunciamo ai palestinesi che abbiamo girato per sempre la pagina nera della divisione”. Con queste parole il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, ha salutato la conclusione della cerimonia della firma dell’accordo che sancisce la ritrovata unione tra le due principali forze politiche palestinesi, Fatah e Hamas. L’accordo, annunciato qualche giorno fa, è stato siglato con una solenne cerimonia tenutasi mercoledì mattina nel quartier generale dell’intelligence egiziana, principale, ma non unica, mediatrice di questo “trattato di pace”.

Era dal 2006 che Abbas non incontrava Khaled Meshaal, numero uno di Hamas. Da quando cioè le elezioni palestinesi erano state vinte dal partito islamista, costretto nei mesi successivi dalle pressioni internazionali a rinunciare al governo. La divisione tra i palestinesi è diventata quasi una guerra civile l’anno successivo, quando Hamas, con un colpo di mano, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, spezzando l’unità amministrativa dei Territori palestinesi. Tra le due parti, è stata una lotta piena di colpi bassi reciproci: gli esponenti di Hamas venivano arrestati sommariamente e spesso torturati nei territori controllati da Fatah e dall’Anp, cioè nella Cisgiordania, mentre quelli di Fatah venivano arrestati e spesso torturati nella Striscia di Gaza. Soprattutto, la divisione ha consentito al governo israeliano di screditare completamente la leadership palestinese e far arenare per l’ennesima volta il cosiddetto processo di pace.

Non ha fatto passare l’occasione, il leader di Hamas, Meshaal, per mandare un messaggio politico al governo israeliano, che già nei giorni scorsi aveva criticato duramente l’accordo e «invitato» l’Anp a scegliere: o la pace con Israele o quella con Hamas. “La nostra sola lotta è quella contro Israele – ha detto Meshaal – Il nostro obiettivo è quello di stabilire uno stato palestinese sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con capitale Gerusalemme, senza coloni, senza concedere un solo metro di terra e senza rinunciare al diritto al ritorno per i profughi”. Niente di nuovo in realtà, se non il fatto che queste sono le condizioni di Hamas e che nel nuovo scenario Mediorientale, diventano, almeno in teoria, anche le condizioni per i futuri negoziati con Israele.

Trai punti principali dell’accordo c’è la formazione di tre diverse commissioni, una per la pianificazione delle prossime elezioni, da tenere entro un anno, la seconda per la riforma dell’Olp e la terza per la creazione di un unico apparato di sicurezza per tutti i territori palestinesi, smontando, almeno in teoria, le differenti milizie che fanno riferimento a ciascuna forza politica.

Nella cerimonia, però, c’era qualcos’altro. Oltre ai rappresentanti della Lega Araba, dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, c’erano anche tre deputati arabi del parlamento israeliano, la Knesset. E’ un segnale importante nelle dinamiche interne palestinesi, perché è un messaggio a “quelli del ’48”, i palestinesi rimasti all’interno dei confini del nuovo Stato ebraico e oggi cittadini israeliani, spesso discriminati dalla maggioranza. Il segnale è che l’unità che le fazioni palestinesi hanno raggiunto oggi mira a coinvolgere tutti i palestinesi, indipendentemente da dove si trovino a vivere, sia nei confini riconosciuti di Israele sia nei campi profughi sparsi per mezzo Medio Oriente.

Non solo. L’accordo apre la strada a nuove elezioni palestinesi, da tenersi entro un anno, per rinnovare sia la presidenza sia il parlamento nazionale. Passando attraverso il rinnovo degli organi politici dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’Olp. L’ombrello che copre molte organizzazioni politiche palestinesi, ma non Hamas, da tempo ha bisogno di una profonda riforma, più volte rimandata dai vertici dell’organismo e soprattutto da quelli della sua fazione più importante, Fatah.

Il rischio, per tutte le elites politiche palestinesi, è di rimanere travolte da una protesta stile primavera araba. Un appuntamento, nei Territori, c’è ed è fissato al 15 maggio. Un appuntamento senza un centro preciso e animato da un attivismo reticolare, all’egiziana, che preoccupa non poco tutti i quadri dirigenti delle forze politiche consolidate, non esclusa Hamas.

Dietro l’accordo ci sono anche altre spinte ed altri fattori. Il primo è il cambiamento del quadro istituzionale e politico in Egitto. Il regime di Hosni Mubarak, attraverso il suo capo dell’intelligence Omar Suleiman, aveva dosato con attenzione i tentativi di mediazione con improvvise chiusure, rendendo di fatto più difficile l’accordo tra i palestinesi. La rivoluzione al Cairo ha avuto come primo effetto di sbloccare l’impasse palestinese e il nuovo ministro degli esteri egiziano Nabil al-Arabi, ha ripreso il dossier dei negoziati chiudendo in poche settimane quello che Suleiman trascinava da almeno due anni. Inoltre, il Cairo ha annunciato che presto – non si sa ancora quando, però – sarà aperto in modo permanente il valico di Rafah, quello che collega la Striscia di Gaza all’Egitto. Di fatto sarà la fine dell’isolamento per un milione e mezzo di persone ammassate nella Striscia. E’ anche questo un segnale per il governo israeliano, che però sembra non uscire dai binari della visione di un Medio Oriente che si sta sgretolando settimana dopo settimana.

La reazione del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu all’accordo interpalestinese, infatti, è stata drastica: «L’Anp deve scegliere, o la pace con Israele o quella con Hamas». Come primo atto di ritorsione, nei giorni scorsi, il governo israeliano ha deciso di sospendere i trasferimenti di tasse e diritti doganali raccolti per conto dell’Anp. Ottantanove milioni di dollari dell’Anp rimangono così congelati. La motivazione ufficiale è che il governo israeliano deve essere certo che quei fondi – di diritto dell’Anp sulla base degli accordi vigenti – non vadano a finanziare Hamas, che Israele (come gli Usa e l’Ue) considera un’organizzazione terroristica. Ogni anno, l’Anp riceve dal governo israeliano tra il miliardo e il miliardo e mezzo di dollari in trasferimenti di diritti doganali e tasse, in pratica un terzo di tutto il bilancio dell’Autorità palestinese.

“Non sarà facile mantenere in piedi questo accordo, ci sono molti nemici da molte parti”, aveva dichiarato poco prima della cerimonia Mahmoud Abbas al giornale egiziano Al Ahram. E i nemici non sono soltanto esterni. I gruppi salafiti che hanno sequestrato e ucciso Vittorio Arrigoni a Gaza poche settimane fa sono una delle minacce interne, così come altri gruppi estremisti attivi soprattutto nei campi profughi palestinesi in Libano. Per non dire, tra i nemici esterni, le frange più oltranziste delle organizzazioni dei coloni ebrei che temono di dover sloggiare dalle colonie in caso di accordo tra Israele e Anp.

Di certo c’è che la ripresa dei colloqui tra governo israeliano e Autorità palestinese sarà molto faticosa. “Come possiamo negoziare con un governo che per metà chiede la distruzione di Israele e glorifica bin Laden?” ha detto Netanyahu rispondendo alle domande dei cronisti. Il riferimento è alle dichiarazioni di Ismail Haniyeh, capo di Hamas nella Striscia di Gaza, a proposito dell’assassinio di Osama bin Laden, definito un sacro guerriero arabo. «Chiedo ad Abu Mazen (Mahmoud Abbas) di cancellare l’accordo con Hamas e scegliere la pace con Israele», ha detto ancora Netanyahu dopo aver incontrato a Gerusalemme Tony Blair, rappresentante speciale dell’Ue. Sembra però che ancora una volta, come per le rivolte della primavera araba, il governo israeliano sia stato preso alla sprovvista dall’improvvisa accelerazione dei negoziati interpalestinesi. Prima dell’annuncio dell’accordo, dato dalla stessa intelligence egiziana la scorsa settimana, sembrava infatti che la questione fosse passata decisamente in secondo piano nell’agenda dei nuovi governanti del Cairo. Le cose non stavano così, evidentemente, e ora il governo israeliano, impegnato anche a seguire l’evoluzione della situazione in Siria, si trova di fronte a un fatto compiuto che rischia di scompaginare ulteriormente la strategia di status quo su cui Netanyahu aveva puntato fin dall’inizio del suo governo.

All’orizzonte, peraltro, c’è un appuntamento importante. A settembre, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i vertici palestinesi sembrano decisi a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina come membro dell’Onu. Secondo Abbas, sono già 130 i paesi che avrebbero dato la propria disponibilità, ma restano alcune pesanti incognite, prima fra tutte la posizione dell’Unione Europea. Non è ancora chiaro infatti se i paesi europei decideranno ciascuno per conto proprio (com’è stato in altri casi, per esempio per il Kosovo) o se invece l’Ue cercherà di arrivare a una posizione comune. Per quanto la dichiarazione avrebbe soprattutto un effetto simbolico, il suo senso politico sarebbe ugualmente pesantissimo per un governo israeliano, sempre meno capace di vedere in anticipo le tempeste che stanno travolgendo il Medio Oriente.

di Enzo Mangini – Lettera 22