“Senza i soldi pubblici ai partiti vincerà sempre Berlusconi”, così il tesoriere storico delle finanze rosse del Pds, Ugo Sposetti, ha giustificato la sua proposta di raddoppiare i contributi alla politica. La risposta che è arrivata da Gian Antonio Stella e da altri commentatori è stato un no motivato con ragionamenti etico-economici. I partiti costano già troppo e spendono male, ergo non possono raddoppiarsi i contributi, con il giochino delle fondazioni, proprio in questo momento in cui tutti tirano la cinghia.

La proposta Sposetti però merita una risposta più articolata perché le sue motivazioni tradiscono un errore di fondo sul rapporto tra soldi, consenso e democrazia moderna. La prospettiva culturale di Sposetti a mio parere andrebbe ribaltata o quanto meno completata. Non è vero che il Pd perde contro Berlusconi perché ha pochi soldi pubblici. Il possesso dei media e del denaro sonante aiuta il Cavaliere a vincere ma i finanziamenti al Pd aiutano il Pd a perdere.

Il sistema elettorale concentra il potere di scelta degli eletti sui capi dei partiti e il finanziamento pubblico ha reso i partiti di sinistra simili a confraternite autoreferenziali che si spartiscono la torta senza preoccuparsi di allargare il consenso. Si scelgono i candidati più servili nei confronti dei segretari, quelli che poi piazzeranno gli uomini più vicini ai leader (solitamente i più incapaci) nelle municipalizzate, negli enti e nei consigli di amministrazione delle banche. Nessuno si preoccupa dell’elettorato, nessuno difende l’interesse generale dei cittadini. Tutta l’attività politica è autoreferenziale e mira a consolidare i rapporti interni dell’eletto con i suoi capi e i suoi vassalli fino ai suoi clientes al solo fine di ottenere la ricandidatura o il posto di consolazione nel parastato. Questa strategia è favorita dalla rendita di posizione donata al Pd da un avversario “invotabile” per un terzo degli italiani. L’esistenza di Berlusconi è stata in questi anni la garanzia di sopravvivenza della peggiore classe dirigente della sinistra d’Europa.

Il Pd, per uscire da questa crisi economica e politica, non dovrebbe dare ascolto a Ugo Sposetti, bensì guardare alla campagna elettorale di Obama nel 2008. Il candidato presidente degli Stati Uniti nel 2008 partiva svantaggiato rispetto a Hillary Clinton, sostenuta da 5 mila grandi finanziatori. Obama però non chiese soldi al partito o allo Stato per riequilibrare la differenza. Contro i 5 mila ricconi di Hillary schierò i suoi milioni di sostenitori che vedevano in lui un nuovo modo di fare politica. Non fece appello al palazzo, ma al popolo. Grazie a internet raccolse 780 milioni di dollari e ribaltò i pronostici della vigilia.

Si dirà: sono cose che succedono in America. Ma non è vero e lo dimostra proprio la storia del Fatto Quotidiano. Non è mai elegante parlare di sé, né fare confronti con la concorrenza, ma in questo caso è necessario per far comprendere il senso del ragionamento.

Proviamo a confrontare la storia del Fatto, che dalla fondazione non ha mai chiesto un euro di contributo alla presidenza del Consiglio, con quella di un giornale molto diverso, ma che presenta un formato e un costo industriale simile: Il Riformista. Nel 2009, anno della nascita del Fatto, il quotidiano diretto allora da Antonio Polito ha ottenuto un finanziamento pubblico di 2,5 milioni di euro. Contando su questi soldi, Polito e i suoi collaboratori più stretti, come il direttore attuale Stefano Cappellini, hanno potuto impostare e mantenere una linea di sinistra moderata gradita ai referenti politico-imprenditoriali della testata, ma lontana dai cittadini. I risultati in edicola sono stati disastrosi. Nonostante l’assunzione di firme di prestigio, l’aumento della foliazione e una distribuzione capillare in tutte le edicole, Il Riformista non ha raggiunto le tremila copie. Il Fatto Quotidiano, tra edicola e abbonamenti, invece, supera le 100 mila copie.

Cosa sarebbe accaduto senza il finanziamento pubblico? Probabilmente Polito e Cappellini avrebbero dovuto prendere atto del loro fallimento e sarebbero stati costretti a scrivere qualcosa che interessasse non ai loro amici parlamentari o al loro padrone (Tonino Angelucci, imprenditore della sanità e politico del centrodestra), ma ai possibili lettori. Il Fatto invece, anche grazie all’assenza del finanziamento pubblico, si è dovuto guadagnare la sopravvivenza ogni giorno in edicola. Per questa ragione abbiamo inventato un giornale che non era pensato per la pubblicità, per la politica o per i nostri azionisti, ma per i lettori, che lo stavano aspettando da tempo.

Dove abbiamo trovato i soldi per assumere le nostre grandi firme? Non con il finanziamento pubblico o con i soldi di un politico di destra interessato a buoni rapporti anche con la sinistra. Nel nostro piccolo abbiamo seguito la ricetta di Obama, facendo appello al pubblico sfruttando internet. Grazie a questa scelta anomala nel panorama editoriale italiano, in pochi mesi abbiamo ottenuto 40 mila abbonamenti. In questo modo abbiamo iniziato la nostra avventura con in cassa il doppio del finanziamento pubblico del Riformista. Senza dover dire grazie a nessuno se non ai nostri lettori, con i quali abbiamo contratto un impegno virtuoso che ci vincola tuttora a fornirgli le informazioni che altri nascondono. Risultato: nonostante il finanziamento pubblico e nonostante i soldi degli Angelucci, Il Riformista versa in una crisi profonda, Il Fatto sta benissimo.

La metafora del Riformista dovrebbe far pensare Sposetti e compagni. Come Il Riformista, il tesoriere dei Ds ha fatto affari con la famiglia Angelucci, il cui capostipite era l’editore del giornale di Vittorio Feltri ed è poi divenuto senatore del Pdl. Come Il Riformista, il Pd continua a essere in crisi e pensa di uscirne chiedendo soldi allo Stato. Eppure l’unica speranza per il partito di Sposetti non è l’ennesimo obolo statale, ma una scalata dall’interno. Al Pd non servono i 180 milioni di euro della legge Sposetti, ma un quarantenne che abbia il coraggio di chiedere quei soldi mediante un appello su internet agli elettori del partito. Solo allora quel quarantenne, forte del consenso e dei contributi dei suoi elettori, potrà scalzare la lobby incrostata che guida il principale partito dell’opposizione e che fa da tappo al suo giacimento elettorale inespresso, il vero tesoro del Pd.

Per scegliere questa strada ci vuole coraggio. Ma è l’unica via corretta in democrazia, dove Demos sta prima di Cratos e non c’è governo della cosa pubblica, compresi i soldi, senza passare prima dal popolo.