Fare un giornale è spesso un lavoro assurdo. Avevamo tutti gli occhi puntati sulla prima udienza del processo di Milano e sono arrivate le prime notizie sulla strage di migranti al largo di Lampedusa. Di Ruby e del suo protettore sappiamo (quasi) tutto. Dei trecento esseri umani travolti dal mare in tempesta rimane qualche foto, quelle dei pochissimi che si sono salvati. C’è un incommensurabile abisso tra le due storie, poiché è impossibile accostare la tragedia alla risata. Berlusconi c’è riuscito.
“Ho fatto registrare il marchio del bunga bunga così lo posso usare in tutte le regioni”, ha detto ieri ai governatori riuniti per affrontare l’emergenza immigrazione. Con tutto il disprezzo che questa frase merita, noi non pensiamo che a pronunciarla sia stato un uomo malvagio. In un’altra vita, Berlusconi pianse davanti ai morti di un’altra strage della disperazione, quella degli albanesi naufragati nel ‘97 al largo di Brindisi. Vogliamo pensare che fossero lacrime sincere e non “politiche” (governava Prodi) come qualcuno disse.
Molti anni dopo, quell’uomo sembra aver smarrito perfino la memoria di se stesso. Agendo sull’enorme potere di cui dispone, egli riduce tutto alla propria patologica ossessione: distruggere la giustizia manipolando e comprando uomini e leggi, costi quel che costi. Così egli non governa più nulla e tutto va in malora sulle folli note del bunga bunga. Prendete il ministro Maroni recatosi a Tunisi con il cappello in mano e tornato indietro con un accordo “tecnico” (cioè quasi nulla) per cercare di fermare la gigantesca ondata dei profughi. È paradossale che nel vuoto decisionale tocchi alla Lega, al partito del “fuori dalle balle”, maneggiare a proprio rischio e pericolo la patata bollente dell’immigrazione. Mentre il Parlamento si perde nel delirio dei processi lunghi e della prescrizione breve, anche l’Italia sembra una barca alla deriva senza più timone.
Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2011














