Facciamo i debiti scongiuri. Perché l’argomento che affrontiamo è il fuoco. Il fuoco che ha già divorato La Fenice, a Venezia, e il Petruzzelli, a Bari. Ora, i lavoratori del teatro alla Scala di Milano non vogliono passare per menagrami, ma sono preoccupati: i dirigenti dell’ente lirico più famoso del mondo vogliono ridurre, anzi dimezzare, gli addetti al controllo antincendio. È vero che proprio oggi, festa dell’Unità d’Italia, il Va’ pensiero lo cantano a Roma, mentre resta scandalosamente chiuso, a Milano, il teatro dove Giuseppe Verdi ha costruito un pezzo della nostra identità nazionale. In più, c’è anche la preoccupazione che, riaperto il teatro, diventi insufficiente la sua protezione antincendio.
Oggi funziona così: durante gli spettacoli, quando c’è il pubblico in teatro, arrivano i Vigili del fuoco. Una squadra composta da una ventina di persone. Ma la vita di un teatro, e soprattutto di un teatro come La Scala, non si limita alle recite, che sono soltanto la parte conclusiva di un lungo lavoro. Ci sono le prove, complesse quanto le recite e con gli stessi rischi, né uno di più, né uno di meno. E c’è la vita quotidiana di un organismo complesso come il grande teatro milanese. Durante la vita “normale”, la sicurezza dal fuoco e dalle altre emergenze è garantita da una squadra interna di vigilanza antincendio. Oggi è composta da 16 persone, che ruotano, giorno e notte, in quattro turni di quattro persone l’uno. Domani la musica cambierà: troppe spese, dicono i dirigenti. Bisogna risparmiare, ripetono. Dopo la ristrutturazione del teatro, d’altra parte, i pericoli d’incendio sono diminuiti anche grazie ai nuovi impianti, idranti e sprinkler, che sono stati messi in funzione: così garantisce, con una dichiarazione firmata, il direttore dei lavori Antonio Acerbo.
Ecco allora che il Sovrintendente Stéphane Lissner, in data 7 febbraio 2011, scrive alle organizzazioni sindacali (non alla Cub, che pure è presente tra i lavoratori del teatro) proponendo un “accordo per il Presidio di vigilanza d’emergenza” che consiste nella riduzione del personale (dagli attuali 16 a 12 addetti), organizzati in tre turni di otto ore l’uno. “Ma ci fanno capire che invece delle quattro persone presenti ora giorno e notte, ne sono sufficienti due o tre”, protestano alcuni lavoratori della Scala. “Vogliono cominciare a ridurre, e poi dimezzare, il servizio. Per infine eliminarlo: vogliono esternalizzarlo, affidarlo a qualche cooperativa esterna, magari di area ciellina”. Allarmi ingiustificati? Lo vedremo nei prossimi mesi. “Due persone per turno non bastano. E nemmeno tre”, spiegano i lavoratori. “In caso d’incendio, o di guasto, o d’incidente, un caposquadra deve restare nella sala comandi, che non deve mai essere abbandonata. Gli altri due (ma meglio tre) devono accorrere sul luogo dell’accidente: nelle procedure di sicurezza non si può mai intervenire in meno di due persone”.
Facciamo dunque gli scongiuri, nel giorno scelto per celebrare l’Unità d’Italia, con La Scala chiusa: quella Scala che dell’Unità è uno dei simboli più noti al mondo.
Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2011














