L’Italia piange ancora un’altra vittima dei mujaheddin talebani, il tenente degli alpini Massimo Ranzani. Ci sono anche i quattro ragazzi italiani feriti, che erano a bordo dello stesso veicolo del tenente, un Vtlm Lince, saltato in aria in una colonna di altri tredici mentre rientrava dopo un’operazione militare nel distretto di Adar Sang, nell’Afghanistan occidentale.

Il numero di attacchi dovuti alle bombe esplosive piazzate sulle vie di comunicazione nel 2010 ha superato i 14.000, mentre erano 8000 nel 2008. Inoltre, come hanno sempre fatto, i talebani lasciano agli occidentali dell’Isaf e dell’Operazione Enduring Freedom Afghanistan le posizioni conquistate, tornando però a riprenderle dopo pochi mesi con la cosiddetta “offensiva di primavera”.

È del primo marzo la notizia che l’attacco da parte degli insorti ha ucciso un soldato NATO in Afghanistan meridionale. Nella zona orientale del paese altre bombe hanno ucciso due membri delle truppe di coalizione, anche se non si hanno ancora particolari sulla loro identità e nazionalità. Il compito di dare queste informazioni spetta ai paesi di appartenenza dei militari.

Dall’inizio di quest’anno 68 soldati NATO sono stati già uccisi, di cui 36 in febbraio. L’anno passato è stato il peggiore dei nove anni di occupazione per le forze occidentali, con 701 morti. I gruppi talebani si sono notevolmente specializzati nelle varie operazioni insurrezionali anche sul piano militare, riuscendo progressivamente a guadagnare terreno. Il livello di sicurezza del paese non è mai stato così basso. La nuova religione della controinsurrezione, detta in termini militari COIN, si è rivelata perdente. Il principio base della COIN, cioè le azioni prese dal governo riconosciuto per contenere o combattere le forze ribelli, è che la vittoria viene raggiunta proteggendo la popolazione locale e vanificando il potere che hanno su di essa le forze ribelli. Uccidere i talebani sarebbe solo secondario.

Il primo obiettivo degli USA ora è il “nation building”, la costruzione di un sistema politico ed economico e un’infrastruttura civile e amministrativa nel paese. Quello che con la guerra in Iraq era stato messo da parte. Ma dopo nove anni di presenza sul suolo afghano è evidente che la popolazione ha sviluppato una cultura della dipendenza. Diffidente sia degli americani e degli occidentali in genere, sia dei talebani, la maggior parte della popolazione, dal politico di Kabul al povero pashtun di provincia, si arricchisce con gli aiuti occidentali e sta a guardare. Non contribuisce alla guerra per la sua “liberazione” e non dà la vita per il suo paese, che peraltro ha un presidente, Hamid Karzai, la cui elezione è stata delegittimata dal ritiro dell’altro candidato, Abdullah Abdullah. I talebani combattono strenuamente e lo fanno per un ideale, per far trionfare il governo di Allah in terra. La loro lotta si adatta alla situazione contingente e si arma in modo sempre più sofisticato. Le forze di coalizione hanno delle regole rigide, non adattabili, e perdono terreno. Il popolo aspetta di vedere chi vincerà. Ma gli occidentali non possono sconfiggere i talebani senza il suo aiuto.

Si piangono e si ricordano quindi le ennesime vittime in Afghanistan. Ma il due marzo è anche il giorno della commemorazione del decimo anniversario della distruzione dei famosi Buddha di Bamiyan, nella regione di Hazarajat, in Afghanistan centrale, circa 250 chilometri a nordovest di Kabul. Un antico luogo di incontro delle principali civiltà asiatiche lungo la Via della seta.

Questi giganti scolpiti nella roccia, uno di quasi 55 metri datato 591-644 d.C. e uno di 35 metri che risale al 544-595, sono stati fatti saltare dai gruppi talebani con la dinamite nel corso di diverse settimane a cominciare proprio dal 2 marzo 2001. Il sito era stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” ma quando i talebani hanno conquistato Bamiyan, nel 1998, i piedi delle statue sono stati trasformati in depositi per le munizioni. Si era messo di mezzo l’Unesco e i talebani avevano rassicurato la comunità internazionale: le statue non sarebbero state toccate. Alla fine del febbraio del 2001, però, è stato emesso un editto che le metteva fuori legge. Subito dopo sono cominciati i bombardamenti per distruggerle.

Per anni i ricercatori hanno studiato le centinaia di frammenti, tutto quello che è rimasto di uno dei siti archeologici più importanti del mondo. Secondo Erwin Emmerling, del Politecnico di Monaco di Baviera, un tempo le statue, come quelle dell’antichità occidentale, erano vivacemente colorate di rosso, bianco e blu. Il professore di restauro e conservazione, che ha visitato il sito 15 volte dal 2007, crede che la più piccola di esse possa essere ricostruita usando le parti recuperate, nonostante vi siano “diversi ostacoli politici e diplomatici da superare”. I fragili frammenti di arenaria al momento sono o coperti nel sito stesso, oppure conservati in un piccolo deposito della provincia di Bamiyan. Dovrebbe essere costruita una piccola fabbrica di restauro nella Valle di Bamiyan altrimenti circa 1400 pietre, alcune delle quali pesanti fino a due tonnellate, dovrebbero essere trasportate in Germania.

Oggi si apre a Parigi una conferenza sul futuro delle statue di Bamiyan ed Emmerling parlerà delle sue ipotesi di ricostruzione. Buona parte della comunità internazionale degli studiosi è pronta a dare battaglia: il team di Monaco sarebbe inutile perché non è in grado di distinguere fra il colore residuale delle parti originali che provengono dai Buddha e quelle che si sono staccate dai dipinti sul muri che le circondavano. La ricostruzione, dicono, non è un lavoro di archeologia ma una “Disneyland per i turisti”.

Tutti aspettano la decisione finale del governo afghano, i cui rappresentanti sono presenti alla conferenza di oggi. Una conferenza importantissima per il futuro del paese, senza dubbio, che dovrà pensare alla ricostruzione e all’economia. E un sito archeologico ben tenuto è sempre una fonte di guadagno e, soprattutto, di prestigio.

L’Afghanistan però al momento deve affrontare ben altri problemi, come la lotta ai talebani, che sono sempre meglio armati e organizzati, e la ricostruzione dell’identità politica e sociale. E poi, chi ci dice che se la statua di un Buddha di Bamiyan fosse ricostruita e nel frattempo i talebani riuscissero a imporsi sul paese, un domani non sarebbe bombardata di nuovo?