“Precario”, dal latino precarius, deriva dal sostantivo prex (preghiera) e significa precisamente “ottenuto con supplica”, che si esercita per concessione, che non dura per sempre ma il cui termine è a discrezione di chi concede; per estensione, a scadenza, temporaneo, instabile. Non impariamo certo oggi che la lingua parla e che anche un singolo vocabolo è portatore di un’ideologia, tradisce una struttura di pensiero pre-comprensiva che ne determina liminalmente la percezione a livello sociale.

Sulla tensione dei vari sensi e sovrasensi che si sono avvicendati nei secoli nell’intendere questo lemma, il gioco di equilibrio che pare essere in atto oggi sta nella polarità espressa tra la precarietà di una generazione che avanza (che viene individuata come tale dai mass media per poi essere subito liquidata sotto l’egida della crisi economica occidentale, posta a spiegazione di qualsiasi deprivazione civica) e la comune affezione per la tappa-trabocchetto del lavoro temporaneo, quasi si trattasse di un legittimo apprendistato pre-assunzione – assunzione da destinarsi a quando il giovane (quarantenne?) sarà in grado di produrre a dovere.

La precarietà non è un fenomeno giovanile, ma è il tappeto con cui il mercato del lavoro sta ricoprendo qualsiasi offerta d’impiego riducendo tutto a un iter così riassumibile: agenzia interinale o cooperativa – contratto a termine ad libitum – mancato rinnovo (manco più si fanno lo sbatti di licenziarti!) – nuova ricerca di lavoro.

Il precario è fottuto dalla fede e dalla speranza di un futuro migliore. Vi ricordate il film L’odio e la storia dell’uomo che cade da un palazzo di 50 piani? A ogni piano si ripete “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” A forza di ripeterselo si finisce per crederci. Peccato che questo non basti a frenare l’impatto. Siete dunque pronti al peggio? Perché a forza di giocare a far gli equilibristi il rischio è quello di cadere. E senza rete si sa come va a finire.