La linea difensiva ha subìto una netta bocciatura dalla Corte. Michele Giovine, consigliere di maggioranza in Regione Piemonte, verrà processato a Torino. Giovane leader 35enne del Partito dei Pensionati che in regione vale circa 28mila preferenze, è a giudizio con l’accusa di aver falsificato l’autenticazione delle firme e dei moduli di accettazione di alcune candidature della sua lista. Un reato penale – l’accusa è falso ideologico – legato alle consultazione elettorali dello scorso marzo che hanno decretato la vittoria di Roberto Cota.

Alessandro Santangelo, giudice del procedimento, si è espresso oggi sulle eccezioni avanzate dalla difesa nell’udienza preliminare di dicembre, rigettandole in toto. La competenza territoriale rimane al Tribunale di Torino e non verrà spostata a Verbania, come richiesto dalla difesa. Confermato poi il capo di imputazione e accettate le costituzioni di parte civile dei Radicali, della Federazione dei Verdi e dei loro rispettivi leader. Dichiarata la legittimità di partecipare al procedimento delle forze politiche citate, il fronte dei soggetti che ritengono essere danneggiati da Giovine si fa numeroso: da Mercedes Bresso alla lista “Insieme per Bresso” fino a Luigina Staunovo, legale rappresentante della lista “Pensionati Invalidi”.

L’estate del “Giovine” Pensionato

La vicenda giudiziaria che vede coinvolto Michele Giovine parte da un’inchiesta della procura torinese del giugno scorso. Pochi mesi dopo la vittoria dal candidato leghista Roberto Cota, capace di superare Mercedes Bresso, candidata dal centrosinistra, la quiete dell’esecutivo viene turbata dalle accuse rivolte all’esponente dei Pensionati. Il pm Patrizia Caputo è sicura delle irregolarità nell’autenticazione delle firme. Solo a Gurro, piccolo paese in provincia di Verbania, dove Michele Giovine è consigliere comunale, avrebbe potuto siglare l’autentica delle firme dei candidati in lista. E non a Torino, come sostiene l’accusa. A testimoniare l’irregolarità solo i tabulati telefonici delle utenze intestate a Giovine che lo inchioderebbero a Torino nel periodo della raccolta firme. Per la difesa i tabulati non provano proprio nulla perché Giovine avrebbe potuto non avere con sé i cellulari. Per questo ha intenzione di portare un numero altissimo di testimoni, utili a dimostrare l’utilizzo del telefono da parte di Giovine. Oltre cento testimoni, per essere precisi. Eventualità, questa, alla quale la pubblica accusa e le parti civili si sono nettamente opposte per il risultato che porterebbe al dibattimento: un susseguirsi interminabile di udienze e la possibile conclusione del processo tramite una salvifica prescrizione.

Firme false. Un film già visto Michele Giovine non è nuovo alle cronache del territorio, se non altro per il difficile rapporto che ha testimoniato di avere con le firme. Partiti diversi, regionali o comunali, la magistratura ha trovato spesso delle irregolarità. Nel 2005, candidato nella lista “Consumatori per Ghigo”, l’80% delle firme risultavano false. Poco accadde, però. La depenalizzazione del reato e il ritardo dell’inizio del processo hanno portato alla prescrizione. Contesto diverso, nuove irregolarità. Persino a Porte, paese piemontese di mille anime, la procura aprì un’inchiesta. Il reato: irregolarità nella raccolta delle firme. Il tribunale di Pinerolo lo condannò ad un’ammenda di poche migliaia di euro.

Il “solitario” capogruppo Tra le virate politiche messe in atto da Michele Giovine, rimarrà negli annali quella risalente alla scorsa legislatura. Eletto nella Lista dei Consumatori, decise poco dopo di passare al Partito dei Pensionati, all’epoca non rappresentati in consiglio. Una scelta che gli valse la creazione di un gruppo autonomo, la nomina a capogruppo – di un partito rappresentato solo da lui – con un conseguente aumento di privilegi e rimborsi a carico dei contribuenti piemontesi, naturalmente.

di Davide Pecorelli, video di Acmos