Ho voluto aspettare prima di scrivere (e agire) sulla nomina di Pietrogino Pezzano a direttore generale dell’Asl 1 di Milano per diversi motivi: prima di tutto perché abbiamo studiato quale fosse la modalità migliore per un’azione “politica” che non si fermasse all’ovvia censura di fronte ad una nomina talmente scellerata da sembrare una sfida e poi perché ho osservato (per niente divertito) l’aria che tirava tra i garantisti al limite della collusione e gli imbarazzati sottovoce.

Innanzitutto è il caso di ricordare chi è Pietrogino Pezzano: classe 1947, è nato a Palizzi in provincia di Reggio Calabria e ha avuto un’irresistibile ascesa professionale che l’ha portato dall’Asl di Monza fino alla stanza dei bottoni dell’Asl di Milano, una delle più grandi d’Italia. Ma la biografia (non ufficiale) di Pezzano ce lo racconta anche come “uno che fa favori a tutti”, parole di Pino Neri, l’avvocato tributarista e massone che nelle carte processuali della maxi operazione antimafia di luglio scorso risulta essere il grande boss della ‘ndrangheta pavese. Dice Neri: “E’ uno che si muove bene, con Abelli sono grandi amici, l’ho presentato io a Gino”.

Ma Pietrogino Pezzano è raccontato anche in altre carte: Eduardo Sgrò, arrestato per 416bis, parla al telefono con un ingegnere per un appalto di suo interesse nella struttura Asl. Poco dopo lo stesso Sgrò è al cellulare con un malavitoso, Candeloro Polimeni, sempre per lo stesso affare:

Sgrò: Ho da fare un sopralluogo per un appalto Asl, per gli uffici di Cesano, Desio e Carate, vorrei vederti…
Ingegnere: Il bando dell’appalto ce l’ha?
Sgrò: Chiamiamo insieme il direttore generale, che è amico mio, e ci fissiamo un appuntamento.

Poco dopo, Polimeni: Vedi di chiamare l’Asl stamattina.
Sgrò: Ho già chiamato e preso appuntamento.

Trascorso un mese, si legge Polimeni al telefono con il direttore generale dell’Asl3, Pietrogino Pezzano:
Pezzano: Hai bisogno di me?
Polimeni: Si, quando vuole.
Pezzano: Dove vengo?

Secondo quanto si legge depositato agli atti, un paio d’ore dopo, in un bar, Candeloro Polimeni, Pietrogino Pezzano e Saverio Moscato si sono incontrati per discutere. Qualche giorno, dopo Giuseppe Sgrò, fratello di Eduardo e anche lui arrestato, è al telefono con un altro dipendente Asl, responsabile della gestione patrimoniale:

Dipendente: Alle quattro può passare da me?
Sgrò: In osteria?
Dipendente: Da me, è il dottore che vi vuole parlare.

Sempre dagli atti, una settimana dopo Pietrogino Pezzano è nuovamente al telefono con Giuseppe Sgrò, parlando di un trasporto urgente di piante da mandare in Calabria:
Pezzano: Vi ricordate vi dissi che dovevo mandare delle piante con urgenza? Se potete andiamo a trovare quello.
Sgrò: Sì, quello che fa le spedizioni, quando volete dottore.
Pezzano: Vengo io a Desio, ci vediamo lì, perché io domani parto e vi devo dire dove andare a prenderle.
Sgrò: Certo certo, comunque fino a Melito arrivano tranquillamente.

Eppure, le frequentazioni poco raccomandabili del Pezzano rientrano anche nell’album fotografico: è lui in persona che compare in alcune fotografie che lo ritraggono assieme a capibastone della Brianza come Saverio Moscato e Candeloro Polimeno.

Finita qui? No, Pietrogino Pezzano in tutto questo si è “meritato” anche una denuncia (si legge sui giornali) per corruzione dai carabinieri di Desio proprio per i lavori dell’amico Sgrò.

La nomina di Pietrogino Pezzano è uno schiaffo. Uno schiaffo dato a mano aperta sulla faccia della Lombardia: questa Lombardia che quando si parla di ‘ndrangheta, di sanità e di ruoli perde il valore del buon senso e dell’opportunità. Questa nomina è un’enorme occasione persa: lanciare un segnale che nei fatti racconti di una voglia terribile (e bella) di non creare occasioni d’ombra, di pretendere un clima respirabile e cristallino. Questa nomina mostra il fianco debole (pavido e forse interessato) della Regione che duella con teatranti, giornalisti e scrittori e poi si inginocchia a mani giunte davanti al Re.

Dov’è l’ansia antimafia della Lega contro le mafie? Dov’è il “cambio di passo” votato all’unanimità in Consiglio regionale per sfoggiare una volontà oggi tradita nei fatti? Dov’è la virulenza con cui si è difesa “l’onorabilità” della Lombardia a suon di querele?

La “società civile”, i Comitati e le Associazioni si sono già mosse (come troppo spesso succede, prima della politica). L’associazione Sos Racket e Usura ha preparato una raccolta firme con l’appoggio di decine di sindaci. Ora la politica è chiamata a fare il proprio lavoro (lasciando perdere le parole) votando sì o no sulla questione. Prendendo una posizione. Serviva una mozione, adesso è scritta e ora si vede chi è da una parte e chi dall’altra.