“Le misure varate oggi potrebbero dare una spinta complessiva ai consumi tra lo 0,5 e, ottimisticamente, l’1 per cento”. Lo dice Silvio Berlusconi il 6 febbraio 2009, commentando l’approvazione di incentivi e rottamazioni da parte del governo. In realtà, non è andata così. Anzi. Oggi Confcommercio ha annunciato che nel 2008-2009 i consumi hanno fatto “un pauroso salto all’indietro”, tornando ai livelli del 1998 (leggi l’articolo). Tra annunci di riduzione delle tasse, censure ai “catastrofisti” e inviti all’ottimismo, il rilancio dei consumi delle famiglie italiane è una delle maggiori preoccupazioni del premier e uno dei temi più ricorrenti nelle sue dichiarazioni pubbliche in ambito economico.

L’appello a “incentivare” e “rilanciare” gli acquisti è uno dei pezzi forti del repertorio del premier fin dal 2001, quando l’obiettivo era rassicurare la popolazione all’indomani degli attentati negli Stati Uniti. Ma a incuriosire, rileggendo decine di dichiarazioni e appelli, sono soprattutto le motivazioni con cui il premier spiega le ragioni di consumi sempre in calo. Ragioni, manco a dirlo, sempre estranee all’azione di governo. Anzi, quasi sempre: il 15 marzo 2005, a Porta a Porta, Berlusconi sostiene che per spiegare la crisi dei consumi degli italiani bisogna valutare l’impatto della campagna del ministro della Salute Girolamo Sirchia per una migliore alimentazione: “Sirchia – spiega il premier in trasmissione – si vanta di aver fatto una campagna per stare meglio mangiando meno”.

La storia delle prese di posizione di Berlusconi nell’ultimo decennio si può dividere in due fasi: fino al 2005 il premier assicurava che i consumi sarebbero ripartiti grazie al taglio delle tasse. Dal marzo 2005 in poi, quindi nell’ultimo anno di governo prima delle elezioni 2006 vinte da Romano Prodi, la musica cambia. La pressione fiscale sparisce dalle dichiarazioni di B., sostituita dagli attacchi ai catastrofisti dell’opposizione e ai pessimisti dei giornali.

MENO TASSE, PIU’ CONSUMI – La prima fase inizia appunto l’11 settembre 2001. Un mese dopo gli attentati, Berlusconi paventa un periodo di magra: “Credo che ora – spiega l’11 ottobre 2001 a un convegno di imprenditori – noi dovremo, come capi di impresa, affrontare la nuova situazione di possibile calo dei consumi”. Ma la “crisi”, nella mente di Berlusconi, dura poco. E nel 2002 è già tempo di promesse: “Con la riduzione delle tasse per i meno abbienti si potrà contribuire alla crescita dei consumi e alla creazione di nuovi posti di lavoro”, dice il 28 settembre. E due giorni dopo aggiunge: “Ci saranno molti italiani che avranno più soldi da spendere poiché, con la riduzione della pressione fiscale per certi redditi, si creeranno nuovi consumi e investimenti a sostegno dell’economia”. Ma la riduzione fiscale continua ad essere solo una promessa. Il 10 maggio 2003, davanti al consiglio della Confcommercio il premier ripete che “l’abbattimento della pressione fiscale è uno degli obiettivi primari del governo”. Le parole non bastano e i consumi continuano a calare. La causa? “Il calo della borsa – spiega il premier il 5 giugno 2003 – che ha portato a un calo dei consumi. Ma il governo è attivo”. E ancora, il primo marzo 2004, dopo tre anni di governo, Berlusconi insiste: “Servono meno tasse e meno vincoli per rilanciare consumi e investimenti”.

DISFATTISMO DI OPPOSIZIONE E GIORNALI, MENO CONSUMI – Dopo quattro anni di governo, a pochi giorni dalle elezioni regionali 2005 che si annunciano come una disfatta per la Casa delle Libertà (e così sarà, con 11 regioni vinte dal centrosinistra e solo 2 dal centrodestra) e soprattutto a un anno dalle politiche, Berlusconi cambia strategia, dimentica il taglio delle tasse e le leve economiche a sua disposizione per far ripartire i consumi. E passa all’attacco. Un ritornello che, con qualche variazione al tema, resterà lo stesso fino ai giorni nostri. “Senza fiducia non si va da nessuna parte: e il motore è l’incentivo ai consumi”, dice il 29 marzo 2005. “Invece vedo nell’opposizione una voglia di declino e di disfattismo”. A inizio febbraio 2008, in piena campagna elettorale per le elezioni politiche, il Cavaliere sostiene a Porta a porta che la lotta all’evasione fiscale promossa dal governo Prodi abbia scoraggiato i consumi. Tornato al governo, Berlusconi non abbandona la strategia di attacco. Parola d’ordine: ottimismo. Anche nel bel mezzo della bufera provocata dalla crisi economica dell’autunno 2008: “Le imprese – spiega il 23 novembre – si reggono sui consumi. E’ perciò sui consumatori che dobbiamo fare leva perché le dimensioni reali della crisi non siano estreme”. Nasce da qui la strategia di comunicazione, ben esemplificata da questa dichiarazione del 4 dicembre 2008: “Se i cittadini non subiranno l’influsso dei media e della sinistra, riusciremo a evitare che le difficoltà entrino in circolo vizioso. Il nostro scopo è fare in modo che si aiutino i consumi”. Il 19 dicembre il premier sceglie una strategia ancora più netta. E nega la crisi. “Alla luce di tutti i provvedimenti assunti dal governo, oggi non ci sono i motivi per una crisi se non da parte di consumatori che credano che ci sia effettivamente questa crisi”.

I NUMERI DEL MISSIONARIO ANTICRISI – I dati di Confcommercio pubblicati oggi smentiscono tutti i dati forniti da Berlusconi a sostegno delle sue tesi su questo argomento: “La nostra ricetta, basata sulla fiducia e sull’ottimismo, sta dando buoni frutti”, dice il premier da Cagliari il 10 gennaio 2009. Pochi giorni dopo, il 6 febbraio, all’approvazione delle misure del governo su incentivi e rottamazioni, il premier aggiunge: “Le misure varate oggi potrebbero dare una spinta complessiva ai consumi tra lo 0,5 e, ottimisticamente, l’1 per cento”. E ancora, il 24 dicembre dello stesso anno: “La ripresa ci sarà perché tutti gli indicatori vanno in questa direzione”. Ma il nemico da abbattere, incentivi o meno, restano i catastrofisti. Berlusconi lo dice testualmente il 26 giugno 2009: “I signori che diffondono ogni giorno paura, panico, pessimismo, sono quelli ai quali ora dovremmo chiudere la bocca”, dice rivolgendosi agli imprenditori, ai quali consiglia “di minacciare la cancellazione della pubblicità dai giornali catastrofisti”. Del resto sempre a giugno di due anni fa il premier si descriveva come “un missionario per uscire dalla crisi”. Obiettivo raggiunto, a sentir lui: “La ripresa c’è, si registra un aumento dei consumi, delle esportazioni e della produzione” (26 maggio 2010). I numeri di Confcommercio, però, raccontano un’altra storia.