“Serve un po’ di coraggio per riaprire vecchie ferite”. Lo scrive il direttore di Caffeina Magazine e Ffwebmagazine Filippo Rossi: “Soprattutto se si sa che a riaprirle faranno di nuovo male, e forse ne apriranno a loro volta di nuove. Ma ci sono fatti, storie, eventi che non si possono consegnare al dimenticatoio, né si possono lasciare in pasto alle retoriche incrociate, alle strumentalizzazioni postume. Ci sono episodi da “ripensare”, insomma. E i fatti del G8, continua, “che nove anni fa traumatizzarono l’Italia rientrano pienamente nella categoria delle ‘storie da non gettare nell’oblio'”.

L’ultimo numero di Caffeina ospita il racconto di una tavola rotonda per “ripensare il G8”, cui hanno partecipato, oltre a Rossi, Carlo Bonini di Repubblica, Luciano Lanna del Secolo d’Italia e Peter Gomez del Fatto quotidiano. Era, secondo Rossi, «un’occasione di confronto ‘a freddo’, in vista del decennale del prossimo anno, per ragionare sulle responsabilità e sulle colpe, sulla ‘legge’ e sulla legittimità della forza, sul diritto e sul rispetto della persona. Per ‘ripensare’, insomma, e non per ‘riscrivere’. Quel che interessa è ragionare sui giudizi espressi e non solo raccontare i fatti. Perché di questo si deve parlare, quando si affronta il caso G8: al centro della discussione su quel ‘dramma nazionale’ non può che esserci un’idea possibile (e autentica) di legalità. È quello il tema al centro, è quella la parola da declinare. Perché ci sono cose che non si “contestualizzano”, che non si misurano, che non si pesano col bilancino. E la legalità è una di queste».

L’obiettivo immaginato da Filippo Rossi è «ripensare il G8 ‘da destra’: per declinare la legalità in tutte le sue sfaccettature senza farne solo una parola buona per una qualsiasi campagna elettorale». Parlare di Genova, «senza slogan consolatori, né propaganda; senza ipocrisie». «Perché la legalità non è e non può essere uno slogan, perché la legalità non è e non può essere una ‘parola magica’ astratta e inconsistente. Un contenitore vuoto da usare con disinvoltura e, con altrettanta disinvoltura, da gettare via».

E Rossi fa suoi i dubbi sollevati da un poliziotto anonimo, raccolti nell’ultimo libro di Bonini, Acab (Einaudi), dopo che il vicequestore Michelangelo Fournier parlò di ‘macelleria messicana’: “I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare o no? I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione o no? I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato o no? La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di 1 a 0 dimostra di essere intelligente?”. Ecco, dice Rossi, “queste domande una destra legalitaria, costituzionale e libertaria non può non farsele. E non può non rispondere, senza zone grigie. Verità e legalità devono essere uguali per tutti, come la legge. Perché non è possibile che in uno Stato di diritto ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario. Non può esistere una terra di mezzo in cui si consente quello che non è consentito. Parlare di Genova, a quasi dieci anni di distanza, dunque è parlare di legalità”.

“Perché la legalità – spiega ancora Rossi – significa, in profondità, libertà. Perché è la colonna vertebrale di uno stato di diritto, è il dna che rende una democrazia tale. Sì, legalità è libertà, a pensarci bene. Ed è anche garantismo. Non può esistere vera legalità senza la garanzia dei diritti dell’individuo, di ogni individuo, di qualsiasi individuo: anche il peggiore dei criminali. Non esiste legalità che non stia (anche) dalla parte di Caino. Dei diritti assoluti di Caino. Legalità è rispetto delle regole ma soprattutto della dignità della persona; è rispetto della legge, da parte di tutti. E soprattutto da parte di chi ha il ruolo di far rispettare le regole del vivere civile. Perché l’unica parte giusta è quella della ricerca della verità”.