Avvertenza: chi ama i romanzi di Henning Mankell e non ha ancora letto “L’uomo inquieto”, lasci perdere questo post.

Apro una parentesi, ancora prima di iniziare il discorso (lo so, non si fa): se c’è una cosa che non sopporto sono le recensioni, i commenti, i saggi sui romanzi che passano quasi tutto il tempo a raccontare la trama, magari svelandoti anche dei passaggi da cui invece è bello farsi sorprendere strada facendo. Invece nelle rubriche sui libri delle volte, se non fai attenzione, zac, ti rovinano il gusto di farti te un’idea delle cose e anche un po’ di sorpresa: che nervoso.

Delle volte per evitare questo tipo di inconveniente non leggo neanche la quarta di copertina.

Allora, adesso l’ho detto già due volte, chi vuole continuare a leggere affari suoi.

Veniamo all’argomento di questo post: la fine dell’ispettore Wallander. Kurt Wallander. Wallander, Wallander, Wallander.

Le inchieste del commissario Wallander sono raccolte in dieci volumi e almeno, penso, cinque-seimila pagine (non son stato lì a contarle).

Wallander, Wallander, Wallander.

Mia moglie sostiene che i romanzi dell’ispettore Wallander sono così lunghi perchè l’autore ripete il suo nome in continuazione: Wallander fa questo, Wallander fa quello, Wallander mangia un panino, Wallander ascolta un disco della Callas, Wallander si arrabbia, eccetera. Prendi una pagina a caso di un libro di Wallander, dice mia moglie, e conta quante volte c’è scritto Wallander. Mai meno di tre, a volte dieci, dodici volte. Se togli la parola Wallander i romanzi sono lunghi la metà.

Ho incontrato Wallander in Sardegna, in vacanza, dodici anni fa: era il mese di giugno e doveva ancora nascere Il Rosso, il mio primo figlio. L’ho salutato, credo per l’ultima volta, ieri sera alle diciassette e quarantacinque, sulla metropolitana, quasi arrivato al capolinea di Collegno. Non ho pianto.

Le ultime cose che Mankell dice di lui sono queste: “gli anni, forse dieci, forse di più, che gli rimangono da vivere, sono i suoi, i suoi e di Linda, i suoi e di Klara, e di nessun altro.

Il fatto è che stare dentro le storie di Wallander da dipendenza, ma una dipendenza diversa da quella che ti da la fiction, per così dire, adrenalinica, quelle storie che sono tutte un colpo di scena via l’altro. E’ più una dipendenza da abitudine (che bello prendere le abitudini), da frequentazione assidua, da amicizia di lunga data con uno con cui non hai neanche bisogno di dirti le cose per capirti.

Sarà che quando entri in uno qualsiasi di quei tomi, per minimo cinquecento pagine, hai la sensazione di seguire Wallander ventiquattr’ore su ventiquattro: sai quando mangia e che cosa mangia, sai se è felice o triste, se ha dormito male, se ha mal di testa (allora prende due aspirine), se ha dimenticato di prenotare il suo turno alla lavatrice condominiale, sai persino, delle volte, quando va al gabinetto.

Sarà che a forza di leggere sto nome, tre, quattro, cinque volte per pagina, per seicento pagine, Wallander, Wallander, Wallander, non te lo levi dalla testa per giorni. Una roba che agisce a livello subliminale.

Sarà che le sue inchieste procedono lente e ipnotiche, a volte girano a vuoto per pagine e pagine, scandite da una normalità e da una umanità così lievi che ti sembra di esserci nato, nello Scania.

Fatto sta che mi sento come se avessi perso una via di mezzo tra un parente stretto e un vicino di casa burbero a cui volevo bene, tra il barbiere da cui vado da quando ho cinque anni e mi ci portava mio nonno e il professore di lettere del liceo che vado a trovare l’ultimo sabato del mese da vent’anni a questa parte (anche se in verità non ho fatto il liceo).

E allora? Allora niente, sono uscito dall’ultima storia dell’ispettore Wallander, un intreccio a metà strada tra la spy story e l’inchiesta poliziesca, ma soprattutto una storia molto bella, malinconica, a tratti struggente per come racconta e preannuncia l’arrivo della malattia e della vecchiaia nella vita di un uomo.

Ma è solo un romanzo.

Wallander, Wallander, Wallander.