Il fronte di lotta si allarga, manifestazioni di protesta a Giugliano dove il presidente della provincia Luigi Cesaro, con un’ordinanza, ha deciso di inviare rifiuti (previste 10 mila tonnellate)  in zona Taverna del Re. Il sito ospita già 6 milioni di tonnellate di spazzatura (le famigerate balle). La promessa era di non riaprirlo più, ma per liberare Napoli dalla munnezza in vista delle elezioni comunali, Cesaro cancella diritti e autorizza nuovi scarichi. I manifestanti chiedono la sospensione del conferimento, oggi era previsto un sopralluogo nel sito di una commissione composta da consiglieri e comitati. Una follia, visto che l’area è da destinare a bonifica e rilancio per evitare il disastro ambientale previsto per il 2064.

Sul fronte delle indagini, la Procura di Napoli ha aperto, a metà settimana, un fascicolo sulle presunte infiltrazioni della malavita negli episodi di guerriglia durante la protesta contro l’apertura della discarica di Terzigno. Al momento sono 4 gli indagati. Vengono contestati reati come la devastazione, con l’aggravante dell’articolo 7, aver favorito un clan di camorra. Il fascicolo è affidato a Raffaele Cantelmo, procuratore aggiunto alla dda di Napoli.

Proprio i magistrati avevano chiarito che la camorra aveva interesse ad aprire la discarica, non il contrario. Giandomenico Lepore, procuratore capo della Repubblica di Napoli, aveva sottolineato: “Non si può giustificare una emergenza rifiuti che dura da 16 anni per responsabilità non solo delle istituzioni ma anche dei cittadini. La camorra diventa un alibi per molta gente che è tenuta a fare delle cose e non le fa anche se sono il primo a dire che la camorra esiste e va combattuta perché specula anche sull’emergenza rifiuti”. In molti, soprattutto dal governo, aveva fatto riferimento alla presenza del crimine organizzato dietro la protesta contro l’apertura di Cava Vitiello, nel chiaro di tentativo di criminalizzare il dissenso. Ma non è così, i clan sguazzano nell’emergenza e nella gestione delle cave da riempire con il pattume, semmai gestite da prestanome immacolati.

Anche prima dell’apertura di Cava Sari, attualmente in funzione, c’erano stati documentati allarmi per il rischio infiltrazioni in audizioni secretate in commissione parlamentare ecomafie, ma era stata aperta comunque. Ora arrivano anche riscontri a questi allarmi. Anche per l’apertura di cava Vitiello sarebbero rilevanti gli interessi dei clan. Secondo le informative degli inquirenti, in passato, i proprietari dei siti erano legati, attraverso rapporti di parentela e vicinanza, al superboss Mario Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano.

Il nuovo filone di inchiesta prova a far luce anche su questi interessi.

Per gli scontri, al momento gli indagati farebbero riferimento al clan Aquino-Annunziata, legato ai Pesacane. E’ stato rilevato un anomalo spostamento di alcuni uomini delle cosche dalla piazza di spaccio di Piano Napoli a Boscoreale, controllata dal clan, verso i luoghi caldi della protesta, nelle notti di guerriglia. Tra le possibili ragioni della loro presenza: la salvaguardia di investimenti economici sul territorio e la crescita di consenso sociale. Sullo sfondo per la camorra l’esigenza di generare una nuova emergenza, una fase dove i clan vanno a nozze. E da qui si apre il capitolo che chiama in causa la camorra imprenditrice.

Nel fascicolo approdano anche le dichiarazioni di due boss come Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, da anni ormai pentiti. La spiegazione è semplice, nelle carte dell’indagine c’è il riferimento ad un intreccio societario di imprese, impegnato nel settore rifiuti, attivo a partire dal 1994 fino ad oggi. Era il 1993 quando Galasso annotava le imprese in rapporti con Mario Fabbrocino, impegnate nella raccolta, nello smaltimento dei rifiuti e nella gestione delle discariche.

Sigle che con giravolte societarie, spostando la ragione sociale, costruendo ditte scatole-vuote, hanno continuato a governare il settore.

E’ la camorra imprenditrice ad avere tutto l’interesse all’apertura del buco, non il contrario.

Gli interessi del crimine organizzato, in primis i Casalesi, sulle discariche e sulla filiera dei rifiuti è fin troppo esplicito, così come la presenza di una rete di imprese vicine o condizionate dal malavita, basti pensare che dal 1998 ci sono state “ben 35 interdittive nei confronti di altrettante imprese, soprattutto per le accertate forme di infiltrazioni e condizionamento nelle scelte e negli indirizzi delle stesse da parte della criminalità organizzata, segnatamente da parte dei clan Moccia, Casalesi, Fabbrocino e Mallardo (dati riferiti alla sola prefettura di Napoli)”. L’ultima spiccata nei confronti della Saba, una società a conduzione familiare che gestiva i rifiuti in molti comuni campani, tra cui quello di Caserta.

Ai primi di novembre il Tar della Campania dovrebbe decidere sul ricorso presentato dalla ditta. Una informazione atipica è arrivata anche ad Enerambiente, più volte citata nella misura interdittiva nei confronti della Saba, che lavorava per l’Asia, la società che gestisce per conto del comune di Napoli la raccolta dei rifuti. Il contratto è stato rescisso. Enerambiente si occupava di raccogliere il pattume nel capoluogo partenopeo, ora fermata, in attesa del ricorso, dalla prefettura di Venezia (dove ha la sede l’azienda) perché ci sarebbero stati collegamenti sospetti tra alcuni suoi dirigenti e la sacra corona unita. Nell’interdittiva antimafia nei confronti della Saba si leggeva: “Enerambiente risulta collegata a tale D’Oriano Antonio(…), già proposto per l’applicazione di una misura di prevenzione antimafia, è figlio di Domenico indicato in un informativa dei carabinieri quale anello di congiunzione tra il clan D’Alessandro e la Sacra Corona Unita . Lo stesso è cugino di Vincenzo, ritenuto dagli organi di polizia fiancheggiatore del clan camorristico ‘D’Alessandro’ operante nel Comune di Castellammare di Stabia”.

I D’Oriano tornano con loro sigle anche nell’inchiesta sui mondiali di nuoto. Ovviamente non manca la politica. A Napoli, Enerambiente aveva come uomo di riferimento Corrado Cigliano, figlio di Antonio, ex assessore socialista a Napoli protagonista della privatizzazione della nettezza urbana nel capoluogo partenopeo, nei primi anni ’90. Con quali effetti, basta leggere il rapporto della prefettura di Napoli sulla Saba: “Antonio Cigliano noto per essere stato negli anni gravato da diverse vicissitudini giudiziarie avute proprio in relazione alla privatizzazione del servizio di igiene urbana del Comune di Napoli . Fu proprio in quell’occasione che il comune di Napoli affidava il servizio di nettezza urbana a diverse ditte risultate successivamente controindicate ai fini antimafia, tra le quali la S.P.R.A. riconducibile al più volte citato gruppo imprenditoriale Colucci, il Gruppo Marrazzo Angelo, controindicato ai fini antimafia per contiguità con il clan Moccia”. La famiglia non è finita. Il fratello di Corrado Cigliano si chiama Dario, consigliere del Pdl al comune di Napoli, così come alla provincia, con l’incarico di capogruppo. La provincia, l’ente che ora deve occuparsi della partita munnezza, gestito da Luigi Cesaro, chiacchiarato presidente, su cui pesa l’ombra dei suoi rapporti spericolati con personaggi della malavita organizzata.

Dietro l’emergenza e i sacchetti in strada, la partita delle imprese, i condizionamenti dei clan e il ruolo della politica.

di Nello Trocchia