“Io racconto tutto dall’agosto 2007 in poi. E non faccio la fine della puttana di Bari”. In questa battuta, intercettata al telefono tra Ernesto Sica e Arcangelo Martino nel 2009, c’è tutta la storia recente di Silvio Berlusconi: c’è la sua ricattabilità, c’è la sua reputazione. E tutto ciò che comporta per la politica del Paese, costretta a districarsi tra le profumate lenzuola del “lettone di Putin”, nelle calde notti a Palazzo Grazioli e i miasmi occulti della P3. Sica e Martino sono stati indagati dalla Procura di Roma nell’inchiesta sull’associazione occulta di stampo massonico: la P3 interferiva sull’attività della Corte costituzionale, agganciava magistrati nell’interesse del premier, confezionava dossier infamanti sui candidati sgraditi. E di tanto in tanto pensava di ricattarlo. È proprio il politico socialista a rivelarlo: “Berlusconi – dice Martino al pm – riteneva Sica un ricattatore”. Il punto è che Sica sarebbe intervenuto per far cadere il governo Prodi: “Più volte – continua Martino – Sica mi annunciò la presentazione di una denuncia sulla vicenda della corruzione dei senatori per votare contro Prodi. Ma non l’ha mai presentata”. Quella denuncia poteva rappresentare l’asso nella manica. Il “ricatto” ventilato da Martino nell’interrogatorio. E può spiegare il senso di quell’intercettazione: “Io racconto tutto dall’agosto 2007 in poi. E non faccio la fine della puttana di Bari”. In quel periodo, infatti, Sica era infuriato: intendeva essere candidato dal Pdl nelle elezioni regionali campane.
Un amico influente
Quella candidatura non arrivò, ma Sica divenne comunque assessore regionale. Il riferimento alla “puttana di Bari” è chiaro: allude a Patrizia D’Addario, che registrò la notte trascorsa con il premier a Palazzo Grazioli e fu interrogata dalla Procura di Bari quando venne scoperto il collegamento tra Giampaolo Tarantini e Berlusconi: Giampi era solito – per sua stessa ammissione – presentare donne compiacenti al premier. Il punto non è il ricatto: è la ricattabilità.
Queste due storie esemplari – i casi Sica e D’Addario – sono emerse dagli atti d’indagine. Sono ormai fatti noti e – proprio per questo: per la loro pubblicità – il loro potenziale ricatto viene meno. Nel 2009, però, mentre era intercettato, Sica poteva ancora contare sulla segretezza dei suoi rapporti con il premier. E infatti, stando agli atti d’indagine, ecco cosa pensava di Berlusconi: che “lo teneva per le palle”. E ci teneva a farlo sapere in giro. Soprattutto a persone come Marcello dell’Utri, o al coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini. Ma perché Sica era convinto di “tenere per le palle” Berlusconi? Il 19 agosto Martino racconta: “Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi a convincere, previo esborso d’ingenti somme di denaro, alcuni senatori del centrosinistra a votare contro Prodi. (…). Mi fece vedere anche dei fogli sui quali, a suo dire, erano segnati gli estremi dei bonifici al senatore Scalera e di altri parlamentari di cui non mi disse il nome”.
È per questo, quindi, che Sica riteneva congrua, come contropartita, la sua candidatura alle elezioni regionali: “Mi disse che aveva il diritto a ottenere la candidatura a presidente della Campania – continua Martino – perché Berlusconi gli doveva molto”. Sica diverrà assessore regionale – quando si scopre che ha confezionato falsi dossier sul presidente della Regione Caldoro, però, lascia il posto. È lui stesso a dirlo ai magistrati: “La mia nomina fu fatta da Caldoro ma su indicazione personale di Berlusconi”.
Un posto al sole
Per quanto riguarda Patrizia D’Addario – che fu candidata alle elezioni amministrative di Bari nel partito del ministro Raffaele Fitto – non risultano tentativi di ricatto. Ma la ricattabilità del premier, anche in questo caso, resta intatta: la D’Addario registrò la notte trascorsa con Berlusconi e, in cambio del suo silenzio, avrebbe potuto chiedergli una contropartita. Qualcosa, in effetti, Patrizia D’Addario l’aveva chiesta: voleva che Berlusconi l’aiutasse a sbloccare una pratica edilizia. Resta il fatto che il premier non la aiutò, che la D’Addario ha denunciato strani furti in casa e che questa storia ha fatto il giro del mondo. Dimostrando un fatto inequivocabile: il presidente del Consiglio, l’uomo che governa il Paese, finisce periodicamente sull’orlo d’un ricatto. E con lui, rischia tutto il Paese. Sica era convinto di tenere Berlusconi “per le palle”. Il problema è che non è stato l’unico a pensarlo.













