I Paesi importatori, le nazioni emergenti e gli speculatori internazionali stanno privando progressivamente gli africani della loro terra acquistando, con la complicità dei governi locali, milioni di ettari coltivabili a prezzi stracciati. E’ l’allarme lanciato oggi a Torino nella seconda giornata del Salone del Gusto-Terramadre il vertice mondiale delle comunità del cibo in programma fino a lunedì prossimo nel capoluogo piemontese. Nell’incontro, che ha aperto il ciclo di conferenze che accompagna la manifestazione, il presidente della ong Crocevia Antonio Onorati non sembra avere dubbi: “occorre ottenere al più presto una moratoria sugli acquisti di terreno da parte degli operatori stranieri”. Un obiettivo, ricorda, al centro dell’impegno delle organizzazioni sociali e contadine che, ha stabilito recentemente la Fao, potranno finalmente prendere parte ai negoziati con i governi di tutto il mondo per stabilire regole certe a tutela della sovranità alimentare. Le trattative dovrebbero concludersi nell’ottobre 2011.

Nel solo 2009, ha sottolineato la Banca Mondiale, in tutto il mondo circa 45 milioni di ettari di terreno coltivabile hanno cambiato di proprietà. Una cifra enorme, ricorda Onorati, pari a una volta e mezzo la superficie dell’Italia. Il fenomeno è conosciuto come “land grabbing”, “presa di possesso della terra”, ma la definizione rischia di cadere nell’eufemismo. In realtà, tuona il presidente di Slow Food Carlo Petrini, si tratta di una corsa senza freni all’accaparramento delle risorse che segue

“una logica colonialista, imperialista e criminale”. “L’Africa non è il nostro orto – ribadisce Petrini – , è l’orto degli africani”. Peccato però che in molti nell’area G20 vedano le cose in modo differente.

Secondo le stime Onu l’Africa possiederebbe (o forse dovremmo dire “ospiterebbe”) almeno 700 milioni di ettari destinabili all’agricoltura. Di questi, tuttavia, appena il 7% riceve irrigazione e solo 4% è soggetto a una coltura di qualche genere. Il Continente, in altre parole, avrebbe a disposizione un potenziale agricolo spaventoso che, se da un lato stona clamorosamente con il persistente problema della fame, dall’altro alimenta i sogni di ricchezza dei Paesi importatori. Entro il 2050, si dice, la crescita demografica dovrebbe portare la popolazione mondiale a sfondare quota 9 miliardi. Un bel problema, visto che le risorse naturali, a cominciare da quelle alimentari, rischiano seriamente di non tenere il passo con questa espansione. I cinesi se ne sono già accorti visto che dal 2008 hanno iniziato ad importare cibo per far fronte a una domanda che il mercato interno, da solo, non è più in grado di soddisfare. L’India e i Paesi del Golfo hanno seguito a ruota investendo massicciamente in Africa dove la terra, è bene ricordarlo, costa pochissimo (non più di 500 dollari per ettaro, circa 1/20 del prezzo praticato in Europa). Un paio d’anni fa con una lungimirante operazione finanziaria la multinazionale coreana Daewoo si è portata via 1,3 milioni di ettari del Madagascar.

Dietro alla grande corsa, però, non ci sono solo i governi stranieri. Da almeno tre anni infatti quello del land grabbing è diventato uno degli affari prediletti della grande finanza. Da un lato ci sono i fondi di investimento classici, a cominciare dai fondi pensione, che, scottati dalla tempesta della crisi e dalle pessime esperienze nella giungla dei titoli strutturati, non mancano ora di rifugiarsi in un business che considerano più stabile e sicuro. Dall’altro ci sono invece gli speculatori veri e propri che, dopo aver guadagnato miliardi di dollari con l’impennata dei prezzi dei cereali tra il 2007 e il 2008, contano di replicare ancora la scommessa vincente. Circa un anno e mezzo fa, il finanziere d’assalto Ian Watson aveva espresso il concetto in modo estremamente chiaro. «Quando guadagnano più soldi – aveva affermato – gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo non acquistano un televisore con megaschermo; acquistano più cibo». Agrifirma, il fondo di Watson, controllava all’epoca già centomila acri di terra in Brasile. All’inizio del 2009, un gruppo di investitori guidato dalla famiglia Rothschild e dal finanziere Jim Slater ha immesso nel fondo oltre 150 milioni di dollari con un solo obiettivo dichiarato: comprare quanta più terra possibile.

Nei Paesi africani, ovviamente, la complicità dei leader politici diventa essenziale. Il governo etiope, ricorda oggi Nyikaw Ochalla, direttore della londinese Anuak Survival Organisation, difende la sua apertura agli investimenti stranieri dipingendola come una strategia utile per lo sviluppo dell’agricoltura locale e la riduzione della dipendenza dagli aiuti esteri. La realtà dei fatti, però, è ben diversa. Il governo “vende la terra per niente, praticamente la regala”, e poco importa che i nuovi padroni scelgano di eliminare le colture alimentari per dedicarsi al business dei fiori e dei biocarburanti. Quanto al cibo prodotto, sottolinea ancora Ochalla, c’è poco da farsi illusioni. “E’ tutto destinato all’export”.

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