Sono molti i Cd, gli Ep e i Dvd che in questi giorni stanno arrivando in redazione, tra questi “Back In Gum Palace” dei Mammooth è sicuramente uno dei migliori per composizione, grafica e scelta stilistica. Un album che non sfigurerebbe nelle vostre collezioni di compact disc o fra le cartelle di mp3.

Rinnovo l’invito ai musicisti di contattarmi all’indirizzo prinaldis@gmail.com, e se avete già prodotto un album inviatelo in redazione. Riceverete una risposta sicura e, inoltre, avrete un fan in più!

Riprendiamo dunque, il nostro viaggio all’interno della musica indipendente e andiamo a conoscere una band la cui bravura è (ahiloro) inversamente proporzionale alla loro popolarità: oggi sono lieto di presentarvi i Mammooth. I Mammooth sono una band di Roma attiva dal 2001 formata da Riccardo Bertini alla voce e alle chitarre elettriche, Fabio Sabatini all’Hammond&sinths, Roberto Mastrantonio alla chitarra, Luca Marinacci alla batteria e Joy Angelini al basso.

E’ una band che spazia in vari generi, dal post-romantic electro rock “obliquo e noir” fino ad esplorare gli angoli bui di territori noti: l’elettronica (bellissime sono Key 6 e Vincent che vede Claudio Santamaria nell’insolita veste di trombettista), il krautrock, il pop, il blues, il grunge, la psichedelia, tracciando un filo di congiunzione tra questi e restituendo una originale formula sonora unica nel suo genere.
Back In Gum Palace” (Forward Music Italy), è il loro debut album ed è disponibile in tutto il mondo in downloading su iTunes Store e in distribuzione fisica in Italia (Goodfellas), in Benelux (Suburban) e in Polonia (Rock-Serwis). Un disco che costruisce ponti tra epoche e atmosfere, ampliando la struttura delle canzoni in più direzioni, un approccio di base che si potrebbe definire art rock e che sfocia in fughe tra l’hard rock e la psichedelia.
Con loro abbiamo discusso a tutto campo del panorama musicale attuale, del modo di fare musica oggi, e delle difficoltà che si incontrano sulla impervia strada che porta alla celebrità.

Quali sono le modalità attualmente che ritenete valide per poter emergere?

E’ una domanda ostica, soprattutto perché non siamo ancora riusciti ad emergere nel vero senso della parola. Abbiamo realizzato un album di cui siamo molto soddisfatti, “BACK IN GUM PALACE”, e abbiamo suonato in diversi importanti club italiani e in Festival di caratura internazionale. Dieci, quindici anni fa muovendoci in questo modo avremmo potuto tranquillamente emergere e spingerci anche oltre, in un mercato musicale come quello di metà-fine anni Novanta che era florido e aperto.
Oggi è tutto molto più difficile. Il downloading ha davvero spiazzato gran parte degli addetti ai lavori. Non siamo pregiudizialmente contro il file-sharing, ma ci si chiede se chi scarica e non compra (c’è una bella differenza) sia a conoscenza del fatto che per produrre un disco ci sono delle sale che vanno pagate così come i fonici, e poi ci sono la stampa del Cd, la grafica…
In poche parole, la musica non è un prodotto a costo zero. Siamo d’accordo sul permettere agli utenti di ascoltare prima di acquistare, sarebbe anacronistico pensare diversamente. Siamo favorevoli al non dover più spendere soldi per album come Highway 61 Revisited di Bob Dylan, perché ha avuto una sua, piuttosto lunga, vita commerciale e sarebbe arrivato il momento di regalarlo (sia Dylan che la CBS ne hanno guadagnati di soldi che potrebbero essere reinvestiti in progetti nuovi).
Altro discorso è tarpare le ali a un gruppo al primo album che con quelle royalties ci deve campare e con loro il piccolo editore, la piccola etichetta e così via. Allora il discorso si fa complicato. Il problema è che le major che controllano il grosso del mercato, non solo non sono state in grado di dare risposte convincenti a questo nuova forma di diffusione commerciale, ma l’hanno osteggiata in maniera inconsulta, pensando di poter rallentare un processo evolutivo ormai irreversibile, reso tale dall’invasività della tecnologia nelle nostre vite e quindi nella vita di ogni progetto (il Web ne è l’esempio più significativo). Oggi come oggi a una band come la nostra non resta che l’auto-promozione on line nella speranza che si formi la cosiddetta “coda lunga” e di creare quegli autentici fan della tua musica a cui speri di poter vendere i prodotti che realizzi. Siamo consapevoli che c’è ancora un mondo di grandi appassionati di musica, che paradossalmente sembra più facile raggiungerli con Internet, e invece non è così, anzi è più difficile. La Rete ha il pregio di ampliare gli orizzonti a dismisura, ma anche il difetto di porti di fronte a un mare magnum difficilmente navigabile.
La tv, la radio e i canali mediatici classici come la carta stampata, a parte alcune mosche bianche, sono concentrate su artisti che hanno raggiunto la loro massima capacità creativa 30 anni fa oppure su artisti che sono meri prodotti commerciali e che la creatività non sanno proprio cosa sia. Insomma è un gran casino e una risposta convincente alla domanda crediamo che nessuno ce l’abbia al momento.

Attualmente quali sono le vostre ambizioni dopo svariati anni che calcate le scene?

La nostra ambizione principale è riuscire a vivere della nostra musica. Daremmo un braccio per ripercorrere la carriera dei Radiohead, ma ci rendiamo anche conto che oggi non è possibile. In fondo scopo di ogni artista è raggiungere più pubblico possibile a cui far ascoltare la propria musica. Sarei felice se un giorno camminando per strada incontrassimo qualcuno che fischietti “Gone” (la terza traccia dell’album, ndr).

Cosa pensate della situazione in cui versa la cultura italiana oggi?

Ci sembra che si respiri un aria asfittica, un po’ da fine di un’era. Si investe poco e male nelle iniziative culturali. E crediamo che invece ci sia una fame di eventi incredibile. Basta vedere il successo dell’inaugurazione del MAXXI di Roma che ha riscontrato un’affluenza davvero notevole. Oppure il grande successo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Viviamo un periodo di tagli indiscriminati al settore che hanno generato un’onda di proteste a cui naturalmente parte dei media ha messo il silenziatore. Più in generale crediamo che manchino voci di riferimento, personaggi credibili che dettino la linea di una ribellione allo status quo. Manca il coraggio, la volontà di rischiare, di mettere a disposizione risorse che potrebbero creare entusiasmi e lavoro. Detto questo crediamo molto nel concetto di self-help. Ovvero se nessuno ti aiuta a fare le cose che vorresti, allora organizzati attraverso una rete di interscambi e producitele da solo. Crediamo che in Italia questa sia una cosa da cui non si possa prescindere.

Cos’è che vi ispira nel comporre le vostre canzoni?

Il bisogno costante e continuo di far sentire la propria voce e raccontare le proprie esperienze siano esse momenti di fragilità, attimi di rabbia furente o semplici sguardi disincantati sul mondo. L’amore profondo per tutto quello che emette un suono, sia esso una chitarra, un synth o una drum machine. La voglia di aprirsi e sperare, attraverso questa apertura, di toccare l’anima delle persone. Dichiarare con serenità che la vita non è per niente facile ma che ne vale comunque la pena. Forse banale, ma reale.

Il 2009 ha visto i Mammooth suonare a “Meet in Town”, la nota rassegna dedicata all’elettronica dall’Auditorium Parco della Musica di Roma (assieme ai Port Royal) ed esibirsi sul palco di “Nel Nome Del Rock”, la cui XX edizione vedeva tra gli altri King Automatic, Frankie HI NRG e Kaki King.
La band è già al lavoro per la raccolta del materiale che costituirà il nuovo album, la cui uscita si prevede per il prossimo 2011. Per loro un grosso in bocca al lupo. E come sempre, Vive le Rock!