Il braccio di ferro che vede la Fiom contrapporsi alla Fiat, alla Federmeccanica e alla Confindustria non è questione che riguarda esclusivamente il mondo delle tute blu e non si consuma sul solo terreno del rinnovo del contratto, ma coinvolge l’intero universo del lavoro chiamando in causa la società e le future relazioni fra ‘classi’ che la caratterizzeranno in futuro. Questo spiega il clima da ‘resa dei conti’ finale, la virulenza dello scontro, la determinazione nel chiuderlo. E’ in atto un tentativo da parte della realtà confindustriale, benedetto anche dal Governo dei Sacconi e dei Tremonti, di estendere il modello Pomigliano d’Arco – meno diritti (mensa, malattia, manifestazione del pensiero, sciopero) a fronte di un’occupazione massimamente flessibile – a tutto il settore metalmeccanico, prima, e produttivo poi.

Un tentativo che ha trovato sponda nei sindacati ad eccezione – coraggiosa – della Fiom. Un tentativo che si condensa in un vero e proprio ricatto: disoccupazione oppure schiavitù. Emblematico il comportamento Fiat: investimento in Italia, alle condizioni imposte da Marchionne, oppure delocalizzazione della produzione all’estero (Est Europa), con conseguente ecatombe occupazionale nostrana (da Pomigliano a Mirafiori, tutti in mezzo ad una strada). Lo abbiamo visto in occasione della consultazione presso lo stabilimento campano. E’ il capitalismo bellezza, quello che dopo aver vissuto per decenni degli aiuti di Stato non si sente minimamente in debito verso i cittadini che lo hanno foraggiato. E’ colpa del dumping sociale, bellezza, che va combattuto importando il modello cinese: lavorare lavorare lavorare, privati dei diritti e del sindacato. Facciamoci cinesi, insomma, è la risposta che Marchionne&co. oppongono alla concorrenza che proviene dai paesi in via di sviluppo, dove non esiste rappresentanza del lavoro e il ritmo produttivo è quello delle “24h24”. E se a tutto questo si fa resistenza, ecco che la reazione è punitiva ed educativa al tempo stesso. Vedi il caso dei tre operai licenziati dalla Fiat per aver preso parte allo sciopero nei giorni caldi di Pomigliano e che, nonostante un giudice del lavoro ne abbia decretato il reinserimento condannando l’azienda per comportamento anti sindacale, vengono mortificati con l’esclusione dal lavoro (Fiat li paga ma non consente loro di riprendere l’occupazione, concedendogli di fare solo capolino in fabbrica e solo nei locali sindacali). L’ultimo atto di tale braccio di ferro si è consumato con la scelta della Federmeccanica di seppellire il contratto nazionale di lavoro delle tute blu del 2008 (che non prevedeva deroghe), sottoscritto da tutti i sindacati e approvato con referendum dai lavoratori. L’unico contratto valido per questi signori (padroni?) è quello del 2009, non firmato dalla Fiom e non votato dai diretti interessati, e che per altro è già al centro di una trattativa di deroga (che vede esclusa, ovviamente, sempre la Fiom, e che serve a favorire accordi territoriali).

In cosa si traduce tutto questo è evidente: la fine del contratto collettivo nazionale, a favore di quello aziendale, e la sterilizzazione del ruolo storico del sindacato. Il lavoratore sarà costretto a trattare salario e ritmi di lavoro in un corpo a corpo solitario con il datore di impiego. Si può capire cosa significherà, in termini di forza contrattuale, per il lavoratore: il solito ricatto. Cioè: o mangi questa minestra o salti dalla finestra, per usare un motto popolare. Una giungla contrattuale dove non troveranno spazio i diritti e che porterà al ricorso alla magistratura, come giustamente preannunciato dall’organizzazione delle tute blu della Cgil. Una giungla contrattuale che è stata voluta da tutti –da Confindustria a Federmeccanica- per accontentare Marchionne e la Fiat (che minacciavano di non investire in Italia, in particolare a Pomigliano), ma al contempo anche se stessi. Un coro unanime infatti celebra l’avvento di un mercato occupazionale senza regole, tranne quelle a garanzia del più forte giustificandolo con lo spauracchio della concorrenza dall’Est del mondo. In questo vociare sono esclusi temi importanti come quello della necessità di ridefinire le relazioni fra capitale e lavoro in senso democratico (pensando, per esempio, ad una legge sulla rappresentanza che consegni a chi lavora l’ultima parola in merito alla sua occupazione) oppure l’urgenza, nella crisi finanziaria globale, di una riflessione in merito al mito di un capitalismo senza freni che ha mostrato la sua fragilità. Si tratta semplicemente di un assalto firmato esecutivo Berlusconi e associazioni industriali, indirizzato anche alla Costituzione e alle sue tutele in difesa dei lavoratori. Assalto che va respinto ma soprattutto interpretato per ciò che è realmente: un tassello del nuovo autoritarismo ‘made in’ Governo e poteri forti, quello che spazia dalla politica al welfare (servizi pubblici) fino alle relazioni industriali, e quindi sociali. Un autoritarismo che propone/impone un sistema politico accentratore di potere, populista e plebiscitario, e un modello di società dove i più deboli sono cannibalizzati, privi del sostegno che anche lo Stato dovrebbe garantire per essere giusto. E i più deboli, attenzione, siamo e saremo tutti noi. Non solo gli operai di Melfi, Pomigliano o Mirafiori.