L’Unione Europea sarebbe nuovamente pronta a discutere l’ipotesi di introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) e cerca una posizione comune da sostenere in sede di G20. Lo ha riferito il portale Europolitics, l’agenzia di stampa che quotidianamente monitora le iniziative di Bruxelles. Secondo quanto emerso, la Commissione europea dovrebbe presentare una sorta di studio di fattibilità in occasione della prossima riunione dei ministri finanziari dell’Unione prevista per il 7 settembre. Nel documento si ipotizza l’applicazione di un’aliquota dello 0,1% sugli scambi di valute, titoli, obbligazioni e derivati con l’obiettivo di rastrellare un gettito complessivo annuale pari a 400 miliardi di euro.

L’iniziativa si colloca in un momento di rinnovato interesse da parte dell’UE di presentare alle istituzioni finanziare il salatissimo “conto della crisi”. Dal 2008 ad oggi, ha ricordato Europolitics, i governi del Vecchio Continente hanno sborsato circa 4 trilioni (4.000 miliardi) di euro per nazionalizzare, rivitalizzare e sostenere le banche colpite dal crunch globale. Una cifra pari a circa un terzo del valore dello sforzo totale proferito su scala globale (13,6 trilioni di dollari secondo il Fondo Monetario Internazionale).

L’ipotesi della Ttf, come noto, non rappresenta l’unica soluzione allo studio degli esecutivi delle principali economie del mondo. Stati Uniti, Canada e Australia sono contrari all’introduzione di un aliquota sugli scambi e sostengono da tempo l’ipotesi alternativa della cosiddetta tassa patrimoniale (Bank levy) sui profitti bancari. In Europa la Ttf ha trovato in passato un discreto sostegno ma i governi non hanno mai raggiunto una posizione comune. Il cancelliere tedesco Angela Merkel si è espressa da tempo in favore ponendo il suo paese alla guida del fronte del Sì. Silvio Berlusconi, al contrario, non ha mancato di dipingere la proposta “ridicola”.

In assenza di una politica comune, l’Ue rischia di ritrovarsi al prossimo G20 di Seul in una posizione di debolezza, come già era accaduto nel vertice di Toronto nel giugno scorso. In questo senso l’appuntamento del prossimo 7 settembre rappresenta un’importantissima occasione per quell’atteso passo in avanti capace di far dimenticare una volta per tutte il pericoloso stallo in cui Bruxelles pareva essere piombata non molto tempo fa. Il 10 marzo 2010 il parlamento Ue aveva adottato una risoluzione specifica chiedendo alla Commissione di valutare l’ipotesi (e l’impatto) della tassa. Appena tre settimane dopo, l’organismo aveva risposto con un documento di otto pagine in cui demoliva la proposta sollevando perplessità sul rischio di violazione dei trattati di libera circolazione dei capitali, sulla riduzione della liquidità e sulla crescita del costo del capitale. Il documento arrivava persino a mettere in discussione la sostanza stessa dell’ipotesi parlando apertamente di “estrema difficoltà nel fare una distinzione operativa e di significato tra transazioni speculative e non”. Toni decisamente negativi che avevano indotto il coordinatore all’Economia e agli Affari Monetari dei Socialisti Europei Udo Bullmann a perdere comprensibilmente la pazienza e a definire “un insulto” il passo indietro della Commissione.

In attesa di conoscere i dettagli della prossima riunione, l’annuncio di questi giorni regala, se non altro, un’importante certezza: Bruxelles non ha intenzione, almeno per ora, di insabbiare l’argomento. Una sicurezza che costituisce un valido motivo di speranza per i sostenitori della Ttf a cominciare dagli attivisti della campagna internazionale Make Finance Work. Secondo questi ultimi attraverso l’applicazione di un’aliquota dello 0,05% sugli scambi finanziari sarebbe possibile raccogliere ogni anno un tesoro da 655 miliardi di dollari. Più o meno il doppio della cifra necessaria a sostenere i programmi quinquennali di aiuto allo sviluppo e di contrasto al cambiamento climatico nel Pianeta.