In attesa dell’annunciato chiarimento, la situazione, per il presidente del Senato Renato Schifani, sembra complicarsi. La cosa è tanto vera a guardare la lista di chi lo colloca al centro di pericolose trame politico-mafiose. Lista interessante a spulciare i nomi. Perché dopo i pentiti, non ultimo Gaspare Spatuzza, ora a inchiodare la seconda carica dello Stato alle sue, finora presunte, responsabilità c’è un imprenditore siciliano, condannato in primo grado per riciclaggio, sospettato di legami con Cosa nostra e oggi residente nel nord Italia senza mai aver preso la strada della collaborazione. Storia strana la sua, raccontata nel numero dell’Espresso in edicola domani e firmata dall’ex cronista dell’Ansa di Palermo Lirio Abbate.

Chi parla e riannoda i fatti, ancora inediti, è il 56enne palermitano Giovanni Costa. Il suo nome compare tra quelli che la procura di Palermo intende sentire per dare forma e sostanza al presunto ruolo di Schifani nel mediare i rapporti tra Silvio Berlusconi e i fratelli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano. E del politico azzurro, eletto a metà degli anni Novanta nel colleggio di Corleone-Villabate, Costa dice di essere stato vecchio e affezionato cliente. Sì perché lui che di professione ha sempre fatto l’imprenditore e come tale aveva bisogno di un “amministrativista” come Schifani. Insomma, scrive Abbate, “uno incaricato di fargli da consulente in alcuni affari”. Affari pericolosi, stando alle indagini dell’antimafia. “Lui – si legge nell’articolo del settimanale – era il mio consulente, la persona che mi consigliava, quello che riusciva a mettere le carte a posto controllando i documenti con i quali chiudere affari senza avere problemi”.

Un business miliardario, quello di Costa. Tanto che su parte di quel tesoro pesa l’accusa di riciclaggio. Accusa, va detto, che attende ancora il giudizio di secondo grado. “Ho sempre fatto le mie mosse – racconta Costa all’inviato dell’Espresso – con la consulenza di Schifani, lavoro per il quale gli pagavo dal 1986 uno stipendio mensile di due milioni di lire per seguire i miei lavori a 360 gradi. Era il mio consigliere. Ma nel processo in cui sono stato condannato lui, chiamato a testimoniare, non ha detto la verità. Ha preso le distanze stravolgendo i fatti, sostenendo addirittura che lo avevo inserito nel consiglio di amministrazione di una società di Milano a sua insaputa. E invece era stato lui a chiedermelo perché voleva lasciare Palermo, per questo gli proposi l’incarico di presidente o di amministratore delegato. Poi decisi che non se ne faceva più nulla”.

Quindi l’imprenditore torna indietro con la memoria. “Schifani me lo indicarono alcuni amici. Avevo bisogno di risolvere alcuni problemi amministrativi e lui mi era stato segnalato come la persona che poteva risolvere tutto: oltre che bravo, mi dicevano, aveva conoscenze negli uffici più importanti per un imprenditore, a cominciare da quello per l’edilizia privata del Comune di Palermo, dove aveva lavorato suo padre, fino al Tar. Era bravo, forniva consulenze e dava consigli su come agire in casi di difficoltà”.

Schifani però faceva di più. “Era anche il mio consulente. Faceva in modo di sistemare i conti e le carte. All’epoca se avevi denunciato un reddito di 300 mila lire e poi ti trovavi ad acquistare un bene da 100 miliardi di lire, era complicato spiegarlo al fisco. Si doveva trovare la forma per concludere l’affare, perché allora eravamo tutti evasori fiscali, non riciclatori. E lui era bravo a trovare le soluzioni per portare a termine l’acquisto”.

Ma quali erano i loro rapporti? “Schifani sapeva tutto di me e dei miei affari, mi consigliava in quello che dovevo fare. Non facevo nulla se prima i documenti non venivano esaminati da lui. Ogni mossa era concordata con l’avvocato Schifani. Alla fine però sono stato condannato per riciclaggio e lui al processo non è venuto a dire la verità, che lui conosce bene”. Schifani, dal canto suo, sentito come testimone racconta di averlo seguito negli anni Novanta “per alcune questioni civili”. L’imprenditore, annota Lirio Abbate nel suo articolo, parla invece di un rapporto di lavoro avviato già nell’86.

E non è finita. Secondo gli inquirenti, infatti, Costa nel suo passato avrebbe avuto legami con un boss di Villabate. Forse è anche per questo che l’accusa lo colloca al centro di un giro di riciclaggio di denaro in parte proveniente da Cosa nostra, in parte frutto di una truffa miliardaria orchestrata da Giovanni Sucato, alias il mago dei soldi, finito carbonizzato nel 1995. Costa, però, nega e nel frattempo racconta che Schifani, proprio nel periodo in cui i corleonesi uccidono Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “voleva andar via da Palermo perché aveva paura. Mi aveva chiesto di venire a Milano e di inserirlo nel consiglio di amministrazione dell’Alpi assicurazioni di Fabbretti. Non voleva stare più a Palermo, sospettavo che avesse paura”. Particolre non da poco conto e che fa dire a Costa: “Significava forse che era “impastato” (colluso con i mafiosi, ndr)?”. L’imprenditore prosegue il suo ragionamento: “Se hai paura della tua città ci sarà un motivo”. Quindi ricorda: “Lui comunque nel 1992 continuava a ripetermi che voleva andare a Milano, forse perché già era innamorato di Berlusconi…”.

O forse per altro. Certo è che come avvocato civilista ha difeso diversi mafiosi. Tra questi Giovanni Bontate, fratello di Stefano Bontate, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981 e che poco prima di morire era salito a Milano per investire 20 miliardi di lire. Denaro dei clan, di cui però si sono perse le tracce. “Noto però – aggiunge Costa, – che molti nomi di suoi ex clienti non vengono fatti. Eppure erano persone che all’epoca avevano un peso a Palermo”. Comunque sia, resta convinto che “la verità su Schifani prima o poi verrà a galla”.