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di Nando dalla Chiesa | 23 agosto 2010

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Mancuso non mi convince

Sarà, ma a me questa polemica innescata da Vito Mancuso su scrivere o non scrivere per Mondadori proprio non convince. Mancuso, saggista di successo in materia di teologia, l’ha aperta l’altro ieri su “Repubblica”. Ha chiesto pubblicamente alla sua casa editrice se sia vera la notizia clamorosa: una legge ad aziendam, come si dice, avrebbe prodigiosamente portato da 350 a 8,6 milioni i debiti della Mondadori verso il fisco italiano. Ma è vero? Che cosa mi rispondete? Con il corollario dello scrupolo di coscienza: scrivere o non scrivere per Segrate? Scrupolo che, a suo avviso, dovrebbe coinvolgere a catena prima gli autori Mondadori e poi pure gli autori Einaudi, essendo la casa editrice torinese anch’essa posseduta da Berlusconi.

Ho provato subito un’istintiva diffidenza per questo appello. E non solo perché bisogna sempre considerare tutti i lati di un problema (e il problema ne ha tanti), ma perché anche le posizioni individuali, ossia i fatti, e i significati dei fatti, sono diversi. Esempio brutale: se un leader del centrosinistra scrive per Mondadori, ossia la casa editrice del proprio avversario, di cui tutto il male si è detto in ogni sede, e in più questo leader si prende anche un cospicuo anticipo, la cosa non mi piace per niente. Nè sul piano etico né sul piano estetico. Se l’allora ragazzo Roberto Saviano manda un suo lavoro (“Gomorra”, poniamo) a Mondadori e non gli pagano nemmeno i diritti a percentuale ma gli fanno un contratto forfettario e la materia del libro è di straordinario interesse pubblico, la cosa un poco mi dispiace ma non ne faccio una questione etica. Semmai è lui che deve risentirsi se il suo editore di fatto, dopo avere guadagnato soldi a palate con un libro sulla camorra, maledice i libri su mafia e affini.

Mancuso invece, come lui stesso racconta, è entrato in Mondadori come consulente editoriale nel 1997 e da allora ha prestato la sua opera non di autore ma di direttore di una collana per la casa editrice. Ci è entrato nel 1997, non come Pietro Citati (che vorrebbe coinvolgere alla pari nello scrupolo morale) che ci è entrato nel 1965. Ha fatto cioè una scelta. Nel ’97 dei rapporti tra Mondadori e Berlusconi sapevamo ormai tutto. E anche di come Berlusconi usava Mondadori, a partire da “Panorama”. Già erano iniziate le leggi ad aziendam.. Per queste ragioni un autore come Corrado Stajano, non l’unico, aveva fatto la scelta radicale di cambiare casa editrice. Mancuso invece fa il percorso inverso, entra. Ripeto: non a fare l’autore, ma a far parte della “macchina”, di cui infatti nel suo articolo descrive bene modi e luoghi. E ci resta dopo la quantità industriale di leggi di cui beneficia l’impero editorial-mediatico di cui fa parte. Anche quando esplode la questione del lodo Mondadori. Ricordate? L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, che poi sarebbe diventata verità giudiziaria Né recentemente si ribella platealmente (ad esempio con un editoriale su Repubblica) quando la sua casa editrice non firma l’appello contro la legge bavaglio, che per la libertà degli scrittori è forse la cosa più minacciosa. Finché, di fronte al nuovo scandalo, non solo esprime il suo disagio, più che comprensibile. Ma, dimentico della sua specificità, si rivolge agli altri autori, li accomuna al suo caso e pone loro il pubblico problema di lasciare Mondadori. Di più: fa una specie di chiamata di correo anche nei confronti degli autori Einaudi (essantocielo, bisogna essere conseguenti, anche loro sono “di proprietà”) e tira in ballo Zagrebelsky, Scalfari, Prosperi e ce ne possiamo mettere a decine. Perché non andarsene tutti per coerenza? Il fatto è che è ben diversa la storia di Einaudi e del suo marchio, non acquisito, fra l’altro, grazie alla corruzione dei giudici. E il fatto è che c’è gente, come Zagrebelsky, che l’identità culturale di quella casa l’ha costruita molto più di Berlusconi, del quale invece la Mondadori è un simbolo. Anzi “il simbolo”, almeno nell’editoria. Per queste ragioni l’idea che Vito Mancuso possa oggi diventare un esempio di radicalità intellettuale non mi convince. Anche se, per lo scrupolo personale, è naturalmente il benvenuto.

(Per doverosa informazione al lettore: sono stato autore Mondadori fino al 1990, poi Einaudi fino al 1999, ora scrivo la quasi totalità dei miei libri con Melampo, ho ancora saltuarie collaborazioni con Einaudi).

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