L’esame degli emendamenti al ddl intercettazioni in commissione Giustizia alla Camera si è concluso con un voto bipartisan. L’opposizione, meno l’Italia dei Valori, ha infatti dato il via libera all’emendamento del governo sull’istituzione della cosiddetta udienza filtro, un meccanismo con cui il gip, d’intesa con pm e avvocati, deciderà quali intercettazioni possono essere pubblicate dai giornalisti e quali no.
Canta vittoria il Partito democratico che ha votato l’emendamento dell’esecutivo e che per bocca del suo capogruppo in commissione alla Camera, Donatella Ferranti, dice: “Grazie alla nostra opposizione, la battaglia sulla libertà di stampa è stata vinta”.
Secondo il Pd, ma anche secondo Repubblica, il bavaglio alla stampa è caduto. “Ora – come sottolinea ancora la Ferranti – ci concentreremo sulla legalità in modo che il ddl non ostacoli il lavoro dei magistrati”.
Più che di bavaglio caduto si dovrebbe però parlare al massimo di bavaglio allentato.
Rispetto al testo di partenza ciò che cambia è che i giornalisti non dovranno più aspettare la fine dell’udienza preliminare prima di poter pubblicare le notizie, ma, al contrario, l’udienza filtro, in cui il giudice, il pm e gli avvocati decideranno cosa è rilevante ai fini delle indagini e cosa invece vada secretato. Come però sostiene l’avvocato Katia Malavenda, esperto di diritto dell’informazione, all’udienza filtro “Non ci sarà certo il giornalista” a valutare dal suo punto di vista l’importanza delle carte delle indagini. Il problema è proprio questo: non è assolutamente detto che i documenti scartati, perché in quel momento ritenuti penalmente irrilevanti, non siano delle notizie di grande rilievo sociale e dunque, per un giornalista, doverosamente da pubblicare.
Cosa avrebbe detto, ad esempio, il giudice per le indagini preliminari del “bacio in fronte” che, durante le intercettazioni sulle scalate bancarie del 2005,  Giampiero Fiorani voleva dare all’allora direttore di Bankitalia Antonio Fazio? Quel gesto era magari penalmente non rilevante ma racchiudeva una verità inquietante. Il sistema dei furbetti del quartierino e le relazioni con quello che doveva essere un arbitro, ma in realtà era un giocatore in campo. Quell’intercettazione sarebbe stata secretata oppure no? Ma soprattutto il brano in questione racchiudeva una notizia che la gente aveva il diritto di sapere e che il giornalista il dovere di raccontare?
Al contrario questo emendamento mette la rilevanza giornalistica nelle mani di terzi. E se con la prima formulazione del ddl calava il sipario sull’informazione, ora saranno i magistrati a decidere cosa possono pubblicare i giornali.
A quanto pare al Pd, e a tutti quelli che cantano vittoria, questo concetto sfugge o va bene. Il segretario democratico Pierluigi Bersani ha detto che l’udienza filtro era una loro proposta e che il Pd ha costretto il governo a fare marcia indietro.
Chi non ci sta invece è l’Italia dei Valori che per bocca di Antonio Di Pietro denuncia come il partito sia contrario “Alla logica del menopeggio, perché morire con un colpo di pistola o con iniezioni di cianuro non cambia molto”. Nonostante il leader dell’Idv parli di resa dei democratici, forse neppure lui tiene a mente che, quando erano al governo assieme, i contenuti del ddl che portava il nome del Guardasigilli Clemente Mastella, alla voce libertà d’espressione, era forse peggio della legge bavaglio. Quel provvedimento fu votato alla Camera da tutti, con l’eccezione di pochi astenuti.
Sempre a proposito di censura, rimane anche il black out sulla Rete. La maggioranza ha infatti bocciato gli emendamenti delle opposizioni che volevano modificare l’obbligo di rettifica per siti Internet. Con la normativa in vigore tutti i siti, compresi i blog, saranno obbligati a pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta, la rettifica a notizie e opinioni ritenute false o lesive dell’altrui reputazione. In sostanza anche a tutti i liberi pensatori del web, verrà applicata la legge sulla stampa del 1948.
E meno male che secondo il Pd la battaglia sulla libertà di stampa è stata vinta.