E adesso tra i fedelissimi del Cavaliere arriva il tempo della grande paura. Sempre più debole, sempre più preoccupato dalle iniziative dei finiani e dagli articoli di tutti gli opinionisti che lo invitano a sbattere fuori dal centro-destra affaristi e corrotti, Silvio Berlusconi non riesce più a garantire i suoi.

Oggi tocca a Nicola Cosentino difeso ad oltranza per mesi – sebbene avesse portato i propri legami familiari con la camorra sino al cuore del governo – ma alla fine costretto alla dimissioni. Ieri era toccato ad Aldo Brancher, per il quale il premier aveva inventato un dicastero solo per metterlo al riparo da un complicato processo per ricettazione e appropriazione indebita. Qualche settimana fa era stata la volta del potentissimo Claudio Scajola: il ministro apparentemente ladro che prima si era fatto comprare casa a sua “insaputa” e che poi se l’era fatta ristrutturare – a insaputa dei contribuenti – con fondi del Sisde.

L’elenco dei caduti sul campo, insomma, non è breve. E ben presto potrebbe allungarsi ancora. Tra chi trema c’è l’ex uomo immagine dell’esecutivo, Guido Bertolaso, che non protetto da immunità parlamentare prima o poi dovrà decidersi a spiegare esattamente ai magistrati e all’opinione pubblica quale tipo di rapporti ha intrattenuto con la cricca.

E poi c’è lui. Il mito. Denis Verdini, il banchiere toscano che considera gli affari e la politica una cosa sola. Verdini: la prova vivente di come avesse ragione Tacito quando scriveva: “Il crimine una volta scoperto non ha altro rifugio che nella sfrontatezza”.

Verdini nelle copiose interviste ha ammesso di tutto. Ha detto di aver davvero richiesto al ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli la nomina di un provveditore alle opere pubbliche (poi finito in manette) gradito a un suo amico imprenditore che era interessato a un appalto da 280 milioni di euro. Ha raccontato di aver pure fatto nominare direttore dell’Arpa Sardegna un altro funzionario, solo perché così gli era stato richiesto dal pluri-pregiudicato Flavio Carboni, grande elettore sardo del Pdl. E, tanto che c’era, ha pure ricordato di aver ricevuto da Carboni (non però da lui direttamente, ma dal suo autista ndr) 800mila euro poi finite nelle casse di un giornale legato al centro-destra.

Certo, lui assicura che i cittadini e i contribuenti non hanno nulla da temere. “Perché”, spiega, “non ho fatto niente di illegale”. Ma è chiaro che anche la sua sorte è (politicamente) segnata. Si tratta solo di aspettare.

E qui nascono i veri problemi per Berlusconi. L’idea, a lungo accarezzata, di far cadere il proprio governo e di chiedere al presidente Napolitano di sciogliere le Camere per andare al voto, appare di giorno in giorno più balzana. Dalla ordalia elettorale, è vero, il Cavaliere uscirebbe probabilmente vittorioso.

Ma la questione al momento è arrivarci al voto. Non vincerlo.

Da una parte, man mano che la pattuglia dei finiani aumenta di numero, la prospettiva di un esecutivo tecnico sostenuto da tutti i parlamentari anti-Berlusconi prende quota. Dall’altra c’è l’incognita dei possibili traditori. Dei fedelissimi che il Cavaliere si è visto costretto ad allontanare, i quali, da oggi in poi, hanno molti buoni motivi per accoltellarlo alle spalle.

A loro abbandonare le comode e immuni poltrone di deputati e senatori, dietro la promessa di essere nominati un ‘altra volta, non conviene. Il rischio è di uscire da Montecitorio e Palazzo Madama per poi non rientrarci più.

A causa della crisi, infatti, sale per la prima volta nel Paese la disapprovazione sociale per i comportamenti che alla lunga danneggiano la collettività. Anche agli elettori di centro-destra i furbi piacciono sempre meno. E i primi ad accorgersene sono i direttori di quotidiani come Libero e Il Giornale sempre più sommersi da e-mail di protesta.

Per i Cosentino, per i Dell’Utri, per i Verdini, per gli Scajola è ormai persino complicato farsi vedere in giro. Loro lo sanno. E Berlusconi lo sa. Come sa che, in caso di elezioni anticipate, ripresentare in lista certa gente diventa un pericolo. Anzi un assist per l’odiato Fini che a tutti dice di brandire la bandiera della legalità.

Per questo l’Imperatore, anzi Cesare, come chiamavano Berlusconi quelli della nuova P2, è triste e sempre più solo. Sbraita, urla, medita la rivincita, ma è costretto a giocare in difesa. E intanto quando cammina sta bene attento a tenere le spalle al muro. Le avventure come la sua, dice la Storia, hanno un unico epilogo. La congiura di Palazzo. E, a volte, persino il regicidio.