Lo stallo vergognoso attorno alla nave Diciotti della Guardia Costiera, prima tenuta fuori dalle acque italiane come se fosse un vascello pirata, o fantasma, e non un pezzo di Italia, e poi autorizzata ad attraccare nel porto di Catania ma non a sbarcare i suoi 177 passeggeri per lo più eritrei, dura ormai da una settimana. E deve finire subito nel modo più ragionevole, umano e anche scontato che tutti conoscono benissimo: i migranti finalmente a terra per essere rifocillati, curati, accolti in strutture dignitose e poi avviati al percorso previsto dalla legge per i richiedenti asilo. Che sarà (forse) il rimpatrio nel loro paese (forse) finalmente pacificato, quando – si spera presto – i governi eritreo e italiano sigleranno l’accordo bilaterale in tal senso con l’Italia. Spetta al premier Giuseppe Conte, responsabile dell’indirizzo generale del governo, senza attendere i moniti di Mattarella, spiegare al suo vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini che il tempo per le ostentazioni muscolari è ampiamente scaduto. Anche perché nemmeno il sadico più efferato può pensare di lasciare quei poveretti su una nave non certo da crociera in alto mare per altri giorni o settimane.

Abbiamo capito tutti che anche stavolta il governo maltese ha ciurlato nel manico, che quello libico continua a ricattarci aprendo e chiudendo i rubinetti delle partenze a suo piacimento, e che la cosiddetta Europa – forse spaventata dalle sue ultime ridicole “concessioni” – continua a essere soltanto un’espressione geografica e linguistica. Ma di tutto questo i 177 eritrei ridotti a larve dopo settimane di navigazione non hanno alcuna colpa e la responsabilità della loro vita ricade sulla solita Italia (che peraltro non ha verso di loro alcuna responsabilità in più di quelle degli altri 26 membri dell’Ue, che si voltano dall’altra parte). Il nostro Paese non può accettare lezioni di accoglienza da nessuno, ma proprio per questo non può e non deve mettersi nelle condizioni di riceverne.

Salvini, al solito, gioca la sua partita cinicamente e spregiudicatamente: usa l’arma di distrazione di massa di un’emergenza finta (qual è fortunatamente, al momento, quella dei migranti, dopo il crollo delle partenze e degli sbarchi) per riprendersi la scena rubata dai 5Stelle su vitalizi, dl Dignità e caso Autostrade; e per distrarre l’attenzione dalle vere emergenze nazionali. Che sono notoriamente ben altre, e la cronaca s’incarica ogni giorno di rammentarcele.

Per esempio, i rapporti malsani e spesso corrotti fra politica e affari, riportati alla ribalta dal crollo del ponte Morandi, col retrostante scandalo dei beni pubblici regalati ai privati dai vecchi partiti, Lega compresa. Ovvio che Salvini voglia parlarne il meno possibile. E così, per ripartire con la litania sui migranti, fa esplodere un caso gestibilissimo come quello della Diciotti, appigliandosi a un paio di cavilli da azzeccagarbugli (li spieghiamo nel dettaglio a pagina 3 del Fatto Quotidiano di oggi) che forse lo metteranno al riparo dalle conseguenze penali dei suoi atti e delle sue omissioni. Ma che più passano i giorni e più lo pongono ai margini, se non al di fuori della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. E intanto, in una crisi istituzionale senza precedenti, nessuno – Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto – sa più che cosa è giusto o conveniente fare: perché ciascuno rischia di restare col cerino in mano e di dover rispondere in Tribunale per non aver disobbedito a ordini illegittimi. Dovessimo fare una previsione, diremmo che difficilmente la pur doverosa indagine della Procura di Agrigento per sequestro di 177 persone approderà da qualche parte: la questione qui non è giudiziaria, ma tutta politica e stavolta il Codice penale risolve poco. Ma è evidente che, in questa partita tragica con la Libia e l’Europa, non si può vincere sempre. Specie quando la “vittoria” è ben poco onorevole, perché avviene sulla pelle della povera gente.

Finora il gioco giallo-verde del poliziotto buono e del poliziotto cattivo (Salvini che fa il duro, Conte e Moavero che raccolgono risultati diplomatici) aveva quasi sempre funzionato. L’Ue aveva accettato il principio che chiunque sbarchi in Italia sbarca in Europa, che dunque deve farsene carico; alcuni Stati membri avevano accettato (almeno a parole e non ancora nei fatti, a quel che si sa) di condividere con noi – sia pure su base volontaria – l’accoglienza degli ultimi sbarcati in Italia; e la Commissione Juncker aveva accolto la proposta di Conte di una cabina di regia centralizzata a Bruxelles per la gestione dei singoli sbarchi oltre il “caso per caso”. Ma è proprio questo terzo impegno, che ha sostituito le telefonate di Conte e Moavero ai partner a ogni sbarco, che è venuto a mancare, o almeno s’è incagliato nelle secche dell’euroburocrazia (sempreché oggi, cosa assai improbabile, il vertice fra Juncker e i rappresentanti permanenti degli Stato membri non sblocchi l’impasse). Così il governo italiano, paradossalmente, è rimasto vittima di uno dei suoi piccoli successi: quello della “cabina di regia” europea. Che sulla carta esiste, ma non funziona: non, almeno, con la tempestività imposta dall’urgenza di tante vite umane in ballo. Ora Conte, mentre fa doverose pressioni sull’Unione e la Commissione europee perché condividano anche la sorte dei 177 eritrei e si diano una politica migratoria stabile ed equa “una volta per tutte”, deve levare al più presto l’Italia dalla parte del torto – cioè della disumanità e della xenofobia – in cui Salvini l’ha cacciata. Proprio perché finora era stata dalla parte della ragione.