La Vespa fattura più di Zuckerberg, almeno a giudicare da quanto dichiarano al fisco italiano. Nel 2016, Facebook, Apple, Amazon, Airbnb, Twitter e Tripadvisor messi insieme hanno complessivamente pagato in Italia le stesse imposte sul reddito della sola Piaggio. I ricavi della raccolta pubblicitaria online che Google e Facebook assoggettano a tassazione nel nostro Paese non superano, rispettivamente, lo 0,3 per cento e lo 0,1 per cento dei loro totali. Ma se il conteggio si rifà con il valore delle transazioni effettive realizzate con i clienti italiani, gli introiti “veri” stimati salgono al 2,4 per cento del fatturato totale per Google e al 2,8 per cento per Facebook. In termini di imposta non versata la differenza nel triennio 2013-2015 ammonta rispettivamente a 370 milioni e 549 milioni di euro di Facebook.

Tamara Gasparri, l’esperta di fiscalità internazionale di Lef (Legalità ed equità fiscale) li chiama redditi “apolidi”. I grandi gruppi che lavorano nel commercio digitale di beni e servizi approfittano del fatto che è venuta meno qualsiasi corrispondenza tra il luogo di produzione della ricchezza e il territorio su cui uno Stato sovrano può esercitare la sua giurisdizione. Gli standard internazionali di tassazione tuttora vigenti, spiega il rapporto elaborato da Lef, risalgono agli anni Trenta del secolo scorso e si basano, per quanto riguarda le imprese, sul principio per cui l’imposta sul reddito è prelevata nello Stato di residenza e nel Paese estero di insediamento di una stabile organizzazione (o di una controllata del gruppo). I giganti del web sfruttano a proprio favore tutti i vantaggi offerti nel contesto “asimmetrico” di 28 differenti sistemi e autorità fiscali nazionali. E ci riescono alla grande.

Le imposte “perdute” dai Paesi europei sugli affari conclusi nel territorio dell’Unione solo da Google e Facebook, nel triennio 2013-2015 sono stimate in 5,4 miliardi di euro. Il big dei motori di ricerca paga imposte pari al 9 per cento dei redditi extra Ue, mentre si ferma allo 0,82 per cento dei redditi realizzati nel territorio comunitario. Persino più marcato è il differenziale rilevato per Facebook, che, sui redditi extra Ue versa imposte tra il 28 e il 34 per cento, mentre su quelli conseguiti all’interno dell’Unione si attesta allo 0,03 per cento. Ed è così anche per Apple che, sugli utili di fonte europea, avrebbe sostenuto un’imposta societaria progressivamente scesa dall’1 per cento del 2003 fino allo 0,003 per cento del 2014, con un risparmio di 13 miliardi di euro. È semplice: basta essere molto grossi, mettersi d’accordo con paesi dell’Unione che si prestano ad attrarre le basi imponibili altrui con aliquote bassissime e per il resto appoggiarsi ai veri e propri paradisi fiscali dove i profitti sono completamente detassati, e il gioco è fatto. In questa competizione tra Stati membri il territorio comunitario, con in testa Irlanda, Lussemburgo e Olanda, è diventato l’hub privilegiato di formazione di redditi non tassati o apolidi.

Nel breve termine, suggerisce Lef, l’opzione più semplice potrebbe essere una qualche forma di prelievo alla fonte sui ricavi lordi, facilmente tracciabili, applicando un’aliquota molto bassa, ma facendo attenzione a non cadere nella tagliola dei veti Ue. Un’ipotesi su cui si sta lavorando nella trattativa con i paesi dell’Unione e che il viceministro dell’Economia Luigi Casero vedrebbe bene già nella prossima legge di Bilancio.

In questo quadro di sfide epocali il fisco italiano continua ad annaspare. La Commissione europea ci fa sapere che l’Italia ha il record europeo dell’Iva non riscossa. Nel 2015, il gap dell’Iva, che è la differenza tra il gettito atteso e la somma effettivamente incassata, nell’Ue è ammontato a poco meno di 152 miliardi di euro, dei quali 35 attribuibili all’Italia. In termini assoluti la Germania, la prima economia dell’Ue, è seconda, con circa 22,3 miliardi. La perdita di gettito da imposta sul valore aggiunto è dovuta alla frode, l’evasione e l’elusione fiscale, ma anche a bancarotte, fallimenti o errori di calcolo.