Santanchè si arrende, si dimette e scrive alla premier Meloni: “Non sono io il capro espiatorio, ma sono abituata a pagare i conti, anche degli altri”
Si è presa quasi un giorno intero: la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha lasciato galleggiare l’ultimatum della presidente del Consiglio Giorgia Meloni per quasi 24 ore poi, dopo aver passato quasi l’intera giornata tra riunioni e iniziative in agenda, ha dato le dimissioni. Dietro di sé una scia di frecciatine in una lettera indirizzata proprio alla capa del governo. Nega di essere “il capro espriatorio di una sconfitta”, traccia distinguo rispetto alla vicenda del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, anche lui dimissionario: “Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa” dice la senatrice ormai ex ministra. E in particolare puntualizza che è “abituata a pagare i suoi conti e spesso anche quelli degli altri“. Non è chiaro a chi o a cosa faccia riferimento.
La quale ha tenuto per ventiquattr’ore la maggioranza in apnea e in imbarazzo dopo che la premier è stata costretta a “auspicare” il passo indietro di Santanchè per mezzo di una nota di Palazzo Chigi, esponendosi a un’immagine di apparente debolezza. Oggi – per sua fortuna verrebbe da dire – era impegnata in un bilaterale in Algeria “a caccia di” energia alternativa in queste settimane complicate dovute alla guerra che gli Usa di Trump hanno scatenato in Iran. “Obbedisco” scrive nella lettera la garibaldina Santanchè. E finalmente il centrodestra si scioglie. Il capogruppo di Fdi al Senato Lucio Malan le fa perfino i complimenti: “Un gesto di grande responsabilità – dice – che apprezziamo, a Santanchè va il ringraziamento per quanto fatto in questi anni e il riconoscimento per aver contribuito a rilanciare nel mondo il turismo italiano”.
Le opposizioni restano sulle barricate: da un lato cantano vittoria, dall’altro continuano ad incalzare duramente la premier. “Ci sono voluti tre anni e 14 milioni di cittadini che hanno votato no al referendum per far dimettere una ministra responsabile di una truffa Covid ai danni dello Stato – punta il dito il leader del M5s, Giuseppe Conte -. Chi è responsabile di tutto questo? Un solo nome, Giorgia Meloni“. Sulla stessa linea il Pd, con l’affondo della capogruppo alla Camera Chiara Braga: “Ci sono voluti 14 milioni di no per chiudere questa pessima pagina”. Italia Viva rileva “l’evidente stato di implosione del governo”, mentre da Più Europa Riccardo Magi ironizza tagliente: “Da Open to Meraviglia a Open to dimissioni, finalmente”.
E’ in Parlamento che, per tutto il giorno, si consuma lo psicodramma Santanché, con le opposizioni che – all’unisono – chiamano la premier a riferire sulla “crisi politica” post-referendum e presentano una mozione di sfiducia alla ministra, poi calendarizzata nell’Aula della Camera lunedì prossimo. Una mossa, che non sarebbe stata particolarmente avversata dalla maggioranza, forse perché considerata uno strumento di ulteriore pressione sulla ministra. Di certo, sarebbe stato complicato per gli alleati di governo votare la mozione proposta dal centrosinistra. Così, nel turbinio delle ipotesi circolate nei capannelli di Montecitorio c’era anche quella di presentare una mozione di sfiducia di maggioranza: strada che sarebbe stata sondata anche tecnicamente. Ma la vulgata tra i meloniani, sin da subito, era che non si sarebbe arrivati a questo punto. Anche se i segnali del braccio di ferro in atto erano evidenti. Alla notizia dell’addio della titolare del Turismo, alla Camera rimbomba l’applauso delle opposizioni, epilogo di una giornata ad altissima tensione.
A due giorni dal referendum, lo scontro politico deflagra dentro e fuori le Aule parlamentari. Il centrosinistra attacca a testa bassa “Meloni che fugge”. La segretaria del Pd Elly Schlein parla di una “crisi profonda” del governo. Nel mirino restano anche le dimissioni “tardive” del capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusy Bartolozzi e del sottosegretario Andrea Delmastro con il caso delle azioni della Bisteccheria d’Italia su cui le opposizioni continuano a chiedere chiarezza. “Dietro il governo c’è un sistema di potere a cui hanno detto NO milioni di ragazze e ragazzi”, punta il dito il pentastellato Riccardo Ricciardi. E FdI risponde bastonando a sua volta. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami suscita le proteste della minoranza parlamentare quando nell’emiciclo di Montecitorio lancia un’accusa pesante al Pd: “Non accettiamo lezioni da chi è andato a inchinarsi ai mafiosi passando davanti alle loro celle mentre andava da Cospito“.
Sotto tiro anche il ministro Carlo Nordio che arriva alla Camera per rispondere al question time e viene bersagliato dalle richieste di dimissioni di sinistra e 5 stelle. “La fiducia mi è già stata confermata dal presidente Consiglio”, risponde seccamente. A fare un passo indietro, invece, è l’ormai ex vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, coinvolta anche lei nell’affaire Delmastro.