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Mattarella al presidente di Israele: “Basta con lo stato di guerra permanente in Medio Oriente. Rispettare il diritto in acque internazionali”. Libano, drone su una base Unifil con soldati italiani

Trump resta al bivio tra un "cattivo accordo" e nuovi bombardamenti, ma secondo il New York Times, l'Iran "ha ancora il 70% del suo arsenale missilistico". Alta tensione in Libano, l'esercito dello Stato ebraico continua i bombardamenti. Tajani assicura: "Nessuna nostra nave a Hormuz senza l'ok del Parlamento"
Mattarella al presidente di Israele: “Basta con lo stato di guerra permanente in Medio Oriente. Rispettare il diritto in acque internazionali”. Libano, drone su una base Unifil con soldati italiani
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Il colloquio “franco e aperto” di Mattarella con l’israeliano Herzog. Il bivio di Trump: un cattivo accordo o bombardare di nuovo – Il punto della giornata

Abbandonare lo stato di guerra permanente in Medio Oriente, rispettare il diritto della navigazione nelle acque internazionali, fermare gli attacchi alla missione Unifil in Libano che sono “inaccettabili”. Sono i concetti espressi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una telefonata con il capo dello Stato di Israele Isaac Herzog. E’ stato lo stesso Herzog, peraltro, a chiamare il Quirinale. Il colloquio, ha sottolineato il Colle, è stato “franco e aperto“. Mattarella ha definito “urgente” la necessità di abbandonare quello che ha definito “lo stato di guerra permanente“. Significativo il passaggio sulla “necessità del rispetto del diritto della navigazione nelle acque internazionali” che rimanda all’operazione illegale con cui la Marina israeliana ha bloccato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla davanti a Creta per poi fermare per ore a bordo di una nave militarizzata, in condizioni di violazione dei minimi diritti civili, decine di attivisti

Le parole di Mattarella arrivano nelle ore in cui Israele ha intensificato i sanguinosi bombardamenti in Libano alla vigilia dell’atteso nuovo round di colloqui diretti previsti a Washington, mentre un drone è esploso all’interno del quartiere generale della missione Onu, dove c’è anche un contingente italiano, senza però causare feriti. Prima e dopo l’esplosione, Israele aveva preso di mira la zona. La missione Onu ha espresso preoccupazione “per le attività di Hezbollah e dei soldati israeliani vicino alle posizioni Onu“.

Con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in viaggio in Cina è stata una giornata di stallo. E’ ancora attorno allo Stretto di Hormuz che si gioca lo scambio di minacce tra Usa e Iran. Gli americani lo fanno sorvolare da un caccia stealth F-35A, in grado di trasportare oltre 8 tonnellate di armamenti a velocità supersoniche, mentre Teheran – ventilando un possibile piano di Trump di far sbarcare le truppe sulla cruciale isola di Kharg – avverte: “Se gli Usa e Trump commettono un errore, trasformeremo il Golfo Persico nel più grande cimitero per le forze americane”. “Non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio attraversi lo Stretto di Hormuz”, ha aggiunto il vicecomandante della Marina delle Guardie Rivoluzionarie, Saeed Siahsarani.

“Risolveremo il conflitto pacificamente o in altro modo”, continua a ripetere il presidente americano, insieme all’altro mantra: “Teheran non può avere l’arma nucleare”. Mentre sull’altro fronte i pasdaran assicurano: “Il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il nostro controllo. Siamo pronti a condurre qualsiasi operazione, in qualsiasi momento e nel più breve tempo possibile”. Trump insomma si trova allo stesso punto: decidere se accettare un “cattivo accordo” con l’Iran, come quello che rimprovera al suo predecessore Barack Obama, o riprendere i bombardamenti, sebbene la sua intelligence gli abbia ripetutamente fatto presente che le capacità missilistiche iraniane sono ben lontane da essere “distrutte” come lui stesso rivendica. Secondo le ultime valutazioni degli 007 statunitensi, rivelate dal New York Times, l’Iran mantiene ancora circa il 70% del suo arsenale missilistico e dei suoi lanciatori mobili, e circa il 90% dei suoi depositi e lanci missilistici sotterranei a livello nazionale, che ora risultano “parzialmente o completamente operativi”. Avvertimenti che Trump sembra voler ignorare, incolpando soprattutto i media di remare contro la vittoria degli Stati Uniti. “Quando le ‘fake news’ affermano che il nemico iraniano sta avendo la meglio, militarmente, contro di noi, si tratta di un atto di virtuale tradimento, data l’assoluta falsità e persino l’assurdità di tale dichiarazione”, ha tuonato il capo della Casa Bianca su Truth, accusando i media “di favorire e spalleggiare il nemico!”. “Si tratta – ha tagliato corto – di codardi americani che fanno il tifo contro il nostro Paese”.

Sullo sfondo ci sono le rivelazioni sulle settimane dell’operazione “Ruggito del Leone”, quella dell’attacco statunitense all’Iran. Tel Aviv racconta che in quei giorni Benyamin Netanyahu volò in segreto negli Emirati Arabi Uniti per incontrare lo sceicco Mohammed bin Zayed. “Questa visita ha portato a una svolta storica nelle relazioni tra Israele e gli Emirati”, normalizzate nel 2020 con gli Accordi di Abramo, ha commentato l’ufficio del primo ministro israeliano. L’annuncio arriva dopo le rivelazioni dei media internazionali secondo cui, a cavallo dell’inizio della tregua decretata da Donald Trump, sia gli Emirati che l’Arabia Saudita hanno condotto segretamente attacchi in territorio iraniano, senza limitarsi dunque a mere azioni difensive. Israele ha inviato batterie Iron Dome e personale militare ad Abu Dhabi per intercettare i missili e droni lanciati dall’Iran contro i Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti. Ma, secondo alcune fonti, israeliani ed emiratini avrebbero anche coordinato un attacco contro un importante sito petrolchimico sull’isola iraniana di Lazan. La Reuters rivela inoltre che, sempre durante la guerra, le forze saudite hanno bombardato anche milizie sciite filo-iraniane in Iraq. Allo scopo di “coordinare le operazioni belliche” anche il capo del Mossad David Barnea e quello dello Shin Bet David Zini si sarebbero recati a più riprese nei due Paesi del Golfo durante il conflitto. E sale la tensione anche tra l’Iran e il Kuwait: Teheran lo accusa di aver attaccato una nave iraniana e di aver arrestato quattro suoi cittadini, chiedendone la liberazione immediata e riservandosi il diritto di rispondere. La guerra israelo-americana contro la Repubblica islamica, al momento sospesa da una fragile tregua, assume dunque i contorni di un conflitto molto più vasto, ora congelato sul muro contro muro, tra continue minacce reciproche, in attesa di una spinta decisiva – o di un naufragio senza scampo – dalla visita di Trump in Cina.

Le navi della Difesa italiana, nel frattempo, stanno per partire e la destinazione è Hormuz. Ma non subito, non senza una pace duratura. L’annuncio è arrivato alle commissioni Esteri e Difesa, dove i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, hanno chiarito intenti e preparativi di una missione che però ancora non c’è. Lo stesso numero uno della Farnesina ci tiene a precisare che per ora si vuole soltanto “condividere l’impegno del governo per la pace e il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale. Questo – sottolinea – accadrà solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”. Dei quaranta Volenterosi che hanno manifestato l’intenzione di dare il proprio contributo per rendere percorribile lo stretto di Hormuz, sono finora 24 i Paesi che stanno concretamente attivandosi per mettere in campo assetti altamente specializzati, soprattutto per rimuovere le mine presenti in quel tratto di mare. Ecco perché adesso tocca affrontare questioni concrete, come gli aspetti logistici: “Laddove scoppiasse la pace – spiega Crosetto – servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le unità delle nazioni alleate per raggiungere il Golfo. In via precauzionale stiamo predisponendo che due unità cacciamine si posizionino relativamente più vicine allo Stretto: inizialmente nel Mediterraneo orientale, successivamente nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e all’interno del quadro autorizzato missione Internazionale dell’Italia”. Il concetto è: “Prepararsi a intervenire oggi per intervenire domani, se sarà possibile”.

  • 08:50

    Nyt: “L’Iran ha ancora il 70% del suo arsenale missilistico”

    La rappresentazione pubblica da parte dell’amministrazione Trump di un esercito iraniano distrutto è in netto contrasto con quanto le agenzie di intelligence statunitensi comunicano ai politici a porte chiuse, secondo valutazioni classificate risalenti all’inizio di questo mese, che mostrano come l’Iran abbia riacquistato l’accesso alla maggior parte dei suoi siti missilistici, rampe di lancio e strutture sotterranee. È quanto scrive il New York Times. La cosa più allarmante per alcuni alti funzionari è la prova che l’Iran ha ripristinato l’accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici che gestisce lungo lo Stretto di Hormuz, il che potrebbe minacciare le navi da guerra e le petroliere americane che transitano nello stretto.

    Fonti a conoscenza delle valutazioni affermano che queste dimostrano – in misura variabile a seconda del livello di danno subito dai diversi siti – che gli iraniani possono utilizzare rampe di lancio mobili all’interno dei siti per spostare i missili in altre posizioni. In alcuni casi, possono lanciare missili direttamente dalle rampe di lancio che fanno parte delle strutture. Solo tre dei siti missilistici lungo lo stretto rimangono totalmente inaccessibili, secondo le valutazioni. Secondo le valutazioni, l’Iran mantiene ancora circa il 70% dei suoi lanciatori mobili sul territorio nazionale e conserva all’incirca il 70% del suo arsenale missilistico prebellico. Tale arsenale comprende sia missili balistici, in grado di colpire altre nazioni della regione, sia una minore quantità di missili da crociera, utilizzabili contro obiettivi a corto raggio, sia terrestri che navali.

    Le agenzie di intelligence militare hanno inoltre riferito, sulla base di informazioni provenienti da diverse fonti, tra cui immagini satellitari e altre tecnologie di sorveglianza, che l’Iran ha riacquistato l’accesso a circa il 90% dei suoi depositi e lanci missilistici sotterranei a livello nazionale, che ora risultano “parzialmente o completamente operativi”, secondo quanto affermato da fonti a conoscenza delle valutazioni.