“Questo è un dolore che ci riguarda tutti: è chiaro che non si è fatto abbastanza”
“Siamo tutti coinvolti, non solo per un fatto sentimentale. È come se ci sentissimo impotenti, ci viene da pensare che allora non è stato fatto abbastanza. Ma so quanto sia difficile seguire certi percorsi. Denunci, ottieni la protezione dello Stato, hai un nuovo nome, gli strumenti per cominciare un’altra vita. Rimettersi in piedi, però, è complesso”. Celeste Costantino prova a mettere in fila le parole, ma non è facile perché la notizia del suicidio di Denise, la figlia di Lea Garofalo, ha scosso profondamente il movimento antimafia. La fine più triste per una storia simbolo di ribellione contro il potere criminale, anche se sei una ragazzina e questo potere è rappresentato da tuo padre. Già parlamentare di Sel, vicepresidente della Fondazione Una Nessuna 100 mila, Celeste Costantino è impegnata da anni sul fronte della violenza mafiosa sulle donne, tema affrontato anche nel suo ultimo libro “Predatori – Sesso e violenza nelle mafie”, pubblicato da Fandango.
Come ha vissuto, da attivista, la vicenda di Lea Garofalo e Denise?
Per noi è stata centrale. Nell’associazione DaSud eravamo soprattutto ragazze calabresi come me, sentivamo la loro storia storia vicinissima. La fine di Lea già si intrecciava con il nostro modo di vedere i femminicidi: lei si toglie dal programma di protezione, cade nel tranello dell’ultimo incontro proposto dal compagno, vuole provare a dare ancora fiducia. E poi la tragedia nella tragedia: il coinvolgimento dell’allora fidanzato di Denise nel piano per uccidere la madre.
Ai funerali di Lea c’eravamo tutte.
Che cosa ricorda?
La voce di Denise che parlava di sua madre, è qualcosa che ci porteremo tutte addosso. Ci siamo interrogate su tutto quello che significava la violenza, il tenere sotto controllo i corpi delle donne, anche per quel segnale forte. Se Denise riesce a fare una cosa del genere, ci dicevamo, abbiamo il dovere di farlo tutte.
Lei ha raccontato tanti casi di donne che hanno cercato di allontanarsi da contesti familiari mafiosi. Di che cosa hanno bisogno, al di là delle necessità materiali?
Di un sostegno psicologico costante. È difficile colmare il vuoto della vita precedente, non sempre la nuova “bolla” che si viene a creare è abbastanza.
Carlo Cosco, il compagno e assassino di Lea, non è mai stato condannato per mafia, ma la sua carriera criminale si è sviluppata in contesto di ‘ndrangheta. Come inquadra questa storia nel rapporto donne-mafie?
Agli occhi dei mafiosi queste vite non valgono veramente niente. Hanno senso fino a quando le possiedono, le controllano. Nel momento in cui le donne si distanziano e cercano una loro strada, una loro libertà, a quel punto la loro vita non vale niente. Si vede anche dal modo efferato con cui decidono di ucciderle. Non solo. Intorno alle loro figure creano il vuoto, la delegittimazione. È successo anche a Lea Garofalo.
È stata approvata da poco la legge “Liberi di Scegliere”, proprio per facilitare l’uscita da contesti familiari mafiosi. Come la giudica?
Lea era testimone di giustizia, Liberi di scegliere è pensata per tutti, anche per chi non ha rivelazioni da fare ai magistrati. Parliamo di queste donne solo nel momento in cui rompono il meccanismo. Ma ci dobbiamo preoccupare di quanto loro subiscono il sistema mafioso. Donne e ragazze ridotte in schiavitù, che non possono andare a scuola, che non hanno il permesso di uscire. Schiave di fatto, anche sessuali. Penso agli stupri di gruppo reiterati capeggiati da figli di mafiosi. Liberi di scegliere dà una possibilità. Significa salvare vite, ma anche depotenziare sempre di più il sistema criminale.