Lucio Di Rosa, l’uomo che sussurra alle star: “Da Lady Gaga a Donatella Versace, vi racconto i segreti (e le follie) di Hollywood”
È stato dietro le quinte dei red carpet più importanti al mondo. Da ragazzino che comprava camicie Versace al mercato di Forte dei Marmi è diventato il punto di riferimento per alcune delle più grandi maison nella gestione dell’imprevedibile universo delle celebrità. Ha vestito attrici, cantanti, first lady: da Angelina Jolie a Lady Gaga, da Uma Thurman a Michelle Obama. Oggi, con LDR22, continua a muovere i fili dello star system tra Los Angeles, New York e Milano. In un’industria che brucia tutto in un post, racconta magia, panico e assurdità di un mondo che forse non esiste quasi più.
Partiamo dagli inizi. Dal ragazzo che andava al mercato di Forte dei Marmi a cercare camicie Versace.
Tutto nasce tra le medie e il liceo, andavo a scuola con i jeans lilla e le camicie verde fluorescenti. Amavo Miami, le camicie stampate, quella filosofia di vita un po’ utopica. L’obiettivo era uno solo: lavorare da Versace.
E ci è riuscito.
Sì, dopo la laurea a Londra e uno stage da Armani mi ritrovai nel team pr di Versace. Il mio ufficio era sullo stesso piano di quello di Donatella Versaceo. Un giorno sento arrivare gli zoccoli nel corridoio: lei entra con un top nero monospalla, pantaloni neri, smalto fucsia, sigaretta in mano. Mi guarda e fa: ‘Lei deve essere quello nuovo. Piacere, Donatella Versace’. Si siede sulla mia sedia e mi dice: ‘Lei da domani andrà in Via del Gesù’.
Lei cosa risponde?
Le chiedo: ‘A fare cosa?’. E lei: ‘Lei deve fare gli Oscar’. Io non avevo mai fatto gli Oscar, non sapevo nemmeno da dove cominciare. Le dico: ‘Signora, io non ho mai fatto gli Oscar in vita mia’. E lei: ‘Appunto. Se non va bene, non si disturbi a tornare’. Spegne la sigaretta sul mio telefono e se ne va. Il giorno dopo lei torna e mi dice: ‘Ma lei è ancora qua? Ho detto che deve andare di là’. Quel telefono lo conservo ancora come un cimelio.
E così è iniziato tutto…
Era il 2005. L’anno più bello e folle della mia vita. Avevamo sette donne da vestire, tra cui Uma Thurman, Salma Hayek, Jessica Alba, Hilary Swank e Madonna. Lavoravamo al Lux Hotel su Rodeo Drive, che oggi non esiste più. Prendevamo tutto il primo piano, portavamo macchine da cucire, sarte, staff. Era un atelier temporaneo aperto 24 ore su 24.
È lì che nasce la storia del vestito dimenticato nella doccia?
Sì. Donatella si era fatta fare un abito nero ricamato. Sulla stessa base avevamo preparato un abito viola per Hilary Swank. Hilary vede quello nero, le piace, e sceglie quello. Così Donatella rimane senza. Andiamo da lei al Beverly Hills Hotel. Ci apre in accappatoio, guarda i pochi abiti rimasti e dice: ‘Tutto qui?’.

E poi?
Sceglie un abito giallo paglierino di sfilata e decide che lo vuole modificare. La sarta la guarda affranta, perché sapeva il lavoro enorme che c’era da fare, ma non era il momento di mettersi a discutere. Torniamo in hotel, appendiamo l’abito nella doccia, dietro la tenda. E ce ne dimentichiamo.
Quando ve ne accorgete?
Il giorno degli Oscar. Eravamo al Peninsula Hotel da Uma Thurman, le sarte stavano ancora finendo il suo abito. Uma tira fuori una sacca Valentino e minaccia: ‘Se non fate in tempo, io ho il mio vestito Valentino’. In quel momento chiama l’assistente di Donatella: ‘La signora deve prepararsi tra tre ore’. E noi realizziamo: l’abito della signora è nella doccia.
Panico.
Mando una sarta in taxi a recuperarlo. Le sarte calabresi ci insultavano al telefono, ed era giusto così. Alla fine l’abito fu letteralmente chiuso addosso a Donatella con delle spille da balia. Se guardi le foto di quella sera, vedi che indossa una collana massiccia: serviva anche a tenere su la struttura. Però uscì benissimo. Se fosse andata male, la mia carriera sarebbe finita lì.
Quel lavoro era anche psicologia, oltre che moda.
Assolutamente. Se ti dicono: ‘Angelina Jolie va ai Golden Globe’, tu sei nel vuoto. Devi capire la star, conoscere tutta la collezione, il campionario, l’archivio. Angelina era ossessionata dal vintage. Il famoso abito bianco con il baffo rosso nasceva in realtà da un pezzo di Gianni, nero con il baffo bianco. Lo abbiamo reinterpretato, alzando il punto vita di sette centimetri perché lei voleva essere fasciata all’inverosimile.
E quell’abito ebbe un impatto commerciale.
Enorme. Ne abbiamo venduti tantissimi alle clienti private: bianco e verde, bianco e marrone, nero e bianco. Parliamo di abiti da 70-80 mila euro.
Jennifer Garner, invece?
Ci chiamò all’ultimo minuto dopo la rottura con Ben Affleck. Voleva far vedere che era splendida. Presi un abito blu elettrico, tempestato di strass, pensato per Charlene di Monaco, e lo riadattammo in 48 ore. Fu una specie di revenge dress perfetto.
Quando dice che quella sartoria non esiste più, cosa intende?
Intendo notti passate fino alle quattro o cinque del mattino a capire come si costruiscono corsetti, stecche, drappeggi, ricami. Intendo sarte arrivate dalla Calabria che avevano iniziato con Gianni e Donatella. C’era una passione condivisa per far arrivare quei vestiti sul red carpet. Noi non pagavamo le star per indossarli: offrivamo un servizio totale. Le attrici sapevano di essere in una botte di ferro.
Oggi il sistema dei red carpet è cambiato?
Sì. Oscar, Golden Globe, Cannes, Venezia sono diventati quasi tutti eventi a pagamento. I grandi gruppi comprano visibilità. È raro riuscire a piazzare un vestito in modo organico. Il red carpet resta uno strumento fortissimo, soprattutto per il mercato americano, ma il meccanismo è molto più sporco di budget rispetto a prima.
A un certo punto passa da Elie Saab. Che cosa trova?
Ero andato a vivere a Roma, volevo staccare. Mi dicono che Elie Saab cerca qualcuno. Vado a Beirut, sto a casa sua cinque giorni. Mi fa trovare in camera tutti i photobook delle collezioni passate. Capisco subito il problema: aveva una sartoria incredibile, ma l’immagine celebrity era ferma a un’estetica molto primi Duemila, molto ricamata. Gli dico: facciamo un test.

Il test è Angelina Jolie.
Sì. L’abito bianco di Elie Saab. Vado a Londra per la prova, lei lo indossa, scoppia la lampo. Non dice niente. Guarda la sua assistente Holly e dice: ‘Chiama Jennifer Rade, voglio dei gioielli’. Io pensavo fosse per i Bafta. Lei invece dice: ‘Questo me lo metto agli Oscar’.
E in stanza c’era anche un Versace.
Sì, lei mi mostra gli schizzi. Io le dico: ‘Cosa vuoi che ti dica? Su un abito Versace ti dico che è bello’. Lei guarda tutti e dice: se mi metto Elie Saab, Donatella capirà che lui deve tornare da Versace. E così è stato.
Infatti Donatella la richiama.
Un mese dopo mi chiama e mi convoca in ufficio: top arancione fluo monospalla, pantalone crema, smalto verde fluo. Mi dice: ‘Cosa vuoi?’. Io le rispondo: ‘Niente, ma aiutatemi a trovare casa a Milano’. E sono tornato.
Che rapporto avevate?
Di totale fiducia. Bastava uno sguardo per capirsi. Dopo quattordici anni mi disse una cosa che non dimentico: ‘Io ti ho assunto perché mi ricordavi mio fratello. Quando sei entrato in quella stanza, per me eri la fotocopia di mio fratello’. Quel legame non l’ho mai più trovato da nessuna parte.
Poi Dolce&Gabbana, in uno dei momenti più difficili per il marchio.
Sì, dopo il caso Cina. Tante star americane non volevano più associarsi al brand, anche perché su Instagram venivano massacrate. Mi dissero: ‘Sei pazzo, ti manderanno via, è insormontabile’. Io parlai con Domenico e capii che c’era un’azienda incredibile, con una sartoria pazzesca. Gli dissi: se mi dai una sartoria e posso fare la mia squadra, si può lavorare.
Come si ricostruisce un rapporto così compromesso con Hollywood?
Mettendoci la faccia. Alcune stylist mi dissero: ‘Se tu sposi la causa e c’è la tua faccia, ci fidiamo’. Ho iniziato vestendo donne di colore molto rilevanti, perché per un brand accusato di razzismo era importante dare un segnale. Piano piano, quando parte una, partono tutte.
Donatella come la prese?
Male. Mi ha odiato per tre anni. Mi ha bloccato su Instagram e WhatsApp. Poi, quando me ne sono andato da D&G, mi ha sbloccato e mi ha chiamato: ‘Vieni a pranzo a casa mia’. Mi disse: ‘Nessuno pensava che ce l’avresti fatta. Ti devo fare i miei complimenti’.
Raccontiamo di Lady Gaga.
La campagna Versace con Lady Gaga doveva scattarsi a Londra. Io avevo convinto Donatella a non farla a Los Angeles con un prototipo. Gaga doveva arrivare alle dieci del mattino. Arrivò alle tre e mezza. Donatella era ferma sul set da ore. Gaga arriva tutta bianca di cera, dopo una performance. Donatella mi guarda e mi butta addosso i panni per ripulirla. Alla fine Gaga rimase fino alle quattro del mattino. Ancora oggi dice che è stata la campagna pubblicitaria più divertente che abbia mai fatto.
Michelle Obama, invece, rischiò di diventare un incidente diplomatico.
Era l’ultima cena di Stato di Barack Obama, con Matteo Renzi ospite. Michelle aveva scelto un nostro abito in maglia metallica, ma girava voce lo volesse anche Agnese Renzi. Andai a farle una prova a Firenze e capii che avrebbe indossato altro, salvando l’esclusiva. Il vero dramma fu che il vestito poi cedette. Da Milano, con la febbre a 40, coordinai riparazioni frenetiche tra Washington e il nostro sarto a New York. Restammo col fiato sospeso finché, a notte fonda, l’addetta stampa della Casa Bianca mi chiamò solo per chiedermi come si scrivesse il marchio. Quando le foto invasero Twitter, svegliai Donatella a Los Angeles. Mi rispose assonnata: “Cosa c’è, la Renzi?”. E io: “Ma che cao di Renzi, l’Obama!”.
Ha mai sbagliato un abito?
Ad oggi no. Per fortuna ogni vestito che ho fatto se lo sono sempre messo. Però arrivavo sempre con due abiti: il principale e il backup. Spesso indossavano uno e volevano tenere l’altro per un evento successivo. Io non glielo lasciavo. Se lo lasci, diventa già vecchio. Se lo togli, resta il desiderio. Era psicologia pura.
L’idea di LDR22 gliel’ha data Sharon Stone. Che cosa le disse?
Eravamo a casa sua a Los Angeles. Mi disse: ‘Adesso basta lavorare per gli altri, devi lavorare per te’. Quando le star venivano alle sfilate di Versace o Dolce&Gabbana, dopo la cena ufficiale le portavo a casa mia. Erano libere: scalze, bevevano, fumavano, facevano quello che volevano. Sharon mi disse: perché non ricrei quello? La parte business sono affari tuoi.