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Quando il nostro voto conta davvero i giovani si mobilitano

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Lo pensavamo anche prima, ma dopo questa boccata d’ossigeno possiamo deporre ogni scaramanzia. Il Paese non è irrecuperabile, la dinamica autoritaria si può fermare, i giovani non sono addormentati. Regge, soprattutto, e non è certo poca cosa, l’architrave della democrazia: l’idea cioè che votare serva. Il quasi 60% di affluenza con cui la popolazione italiana è andata alle urne bocciando sonoramente una riforma fatta non per risolvere i molti problemi della giustizia bensì per stringere il controllo della politica sulla magistratura ci dice innanzitutto una cosa: la popolazione risponde non in modo ideologico, come pure si è avuta la tentazione di far credere, ma assai concreto.

Quando il proprio voto conta, quando può cambiare la situazione, allora si mobilita. Vale per gli adulti così come per le masse giovanili, per cui le analisi dei soliti osservatori oscillano disinvoltamente tra il catastrofismo di ieri e l’esaltazione di oggi: più che stupirsi di un improvviso risveglio, bisogna invece capire che il non voto, nelle tornate politiche locali e nazionali, è stato soprattutto il segnale del rifiuto della rappresentanza che veniva loro offerta. Ed è dunque un’indicazione molto precisa, e molto politica, di quale sia la strada da seguire adesso. A partire dal bisogno, cogente, di “aggiustare” la giustizia, affinché cittadine e cittadini non la sentano più come distante od ostile: il problema esiste eccome, anche se non ha nulla a che vedere con la penosa propaganda degli “stupratori in libertà e dei figli tolti alle madri”, un autogol retorico davvero imbarazzante, considerata l’abilità di eloquio della presidente del Consiglio.

La massiccia affluenza al referendum dice invece che quel percorso va fatto restituendolo all’alveo democratico, cioè alla discussione parlamentare a cui Giorgia Meloni e il suo governo l’avevano sottratto. La riforma proposta, varata dopo quattro passaggi tra Camera e Senato senza che fosse consentito toccare nemmeno le virgole, è stata il frutto avvelenato di una mortificazione del Parlamento a cui la cittadinanza, più e meno adulta, si oppone. Calpestare il Parlamento significa, d’altronde, calpestare l’idea che la sovranità appartenga al popolo: un discreto cortocircuito per chi si definisce sovranista, e infatti non è passato inosservato. La mole enorme di schede sbarrate sul No (14 milioni e 460 mila) è dunque anche un avvertimento sull’autoritarismo che la maggioranza degli italiani ha voluto esercitare, come d’altronde hanno fatto notare in questi mesi autorevoli personalità non certo ascrivibili alla sinistra militante. Si tratta dello stesso autoritarismo che la riforma avrebbe pericolosamente incoraggiato, andando a minare il pilastro di indipendenza e autonomia tra poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – su cui si basa la nostra Costituzione, alto argine alle spaventose derive che abbiamo visto in atto in altri Paesi e continenti.

Il messaggio è chiaro: cittadini e cittadine sono sì preoccupati per il funzionamento della giustizia, che tocca le loro vite da vicino. Ma sono anche più preoccupati, e hanno dunque votato, per mantenere vivo l’ordinamento che consente a quella giustizia, e a questa nostra acciaccata democrazia, di essere esercitata. Per non vanificare il commovente esercizio di vitalità del referendum è necessario allora partire dai problemi e provare a risolverli con tutti gli strumenti che la democrazia parlamentare consente. È questo il cammino per un’opposizione che vuole proporsi, e potrebbe averne i numeri, come forza di governo. Ed è questo l’obbligo per un governo in carica dopo aver tentato lo strappo: si riparta dalle basi, dando il ruolo dovuto al Parlamento e ascoltando davvero la popolazione.

* Forum Disuguaglianze e Diversità

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