Europa Senza Visione e il piano di Mario fa saltare le regole
A volte ritornano, nonostante la storia si sia premurata di manifestarne l’assoluta inadeguatezza. È il caso dell’immarcescibile, benché errato e datato dal primo giorno, rapporto sulla competitività vergato da Mario Draghi che da un anno e mezzo aleggia sull’Unione europea: se latita la sostanza, meglio piegare sulle apparenze. A dispetto del consueto profluvio di elogi, la mossa ha il sapore della disperazione giacché il rapporto dell’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Bce, venuto alla luce poco prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, poggia su tre pilastri che proprio il disastro statunitense sta disvelando come pericolosissimi: concentrazione degli interessi (cioè minor concorrenza), privatizzazione della conoscenza (brevetti e proprietà intellettuale) e riduzione delle regole.
Washington ne ha fatto strumento di aggressione; l’Europa dovrebbe ampiamente distanziarsene, incidendo proprio su pratiche opposte. Ma, si sa, dai tempi in cui il leghista Calderoli bruciava quintali di documenti in piazza a favore di telecamere la semplificazione resta un mantra del populismo che frega il popolo e avvantaggia i furbi: si fa cioè tendenzialmente beffa di quei vincoli che l’articolo 41 della Costituzione pone all’iniziativa economica privata, sancendo che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Tradotto: va bene arricchirsi, ma non senza regole e a danno degli altri e della società.
Da qui dovrebbe ripartire l’Unione europea così smarrita, nel riconoscere che certo può servire un cambiamento nella sua regolamentazione rigida e sorda, e che andrebbe pensato mettendo insieme cittadinanza e imprese: non facendo gli interessi delle une a svantaggio dell’altra. Invece per muoversi in direzione della deregulation che il rapporto Draghi propone, sotto traccia la Ue ha iniziato a smantellare anche i pezzi più pregiati della propria legislazione. È il caso, per esempio, dell’insieme delle direttive Omnibus: la prima e più nota, già approvata anche dal Parlamento Ue, include le misure che riducono gli standard di tutela ambientale per le aziende nel mercato unico. La proposta di regolamento Digital Omnibus e il pacchetto Omnibus IV, su cui la discussione si appresta a iniziare, si concentrano invece sulla presunta “semplificazione” delle regole sull’uso dei dati personali, in particolare per le aziende che si occupano di intelligenza artificiale, con interventi diretti sul testo del Regolamento generale per la protezione dei dati personali (Gdpr): uno dei più conclamati successi Ue. Per entrare (con chiarezza) nei dettagli, è utile la lettura della newsletter Quale Europa curata dal ForumDD. Ma l’essenza si può qui riassumere: il regolamento cambia la definizione di dato personale, stabilendo che un’informazione non sia più classificata come tale se chi ne entra in possesso non può identificare la persona cui appartiene coi mezzi che possiede.
Lassismo impressionante, considerando gli strumenti che l’intelligenza artificiale mette a disposizione. Non solo: cadono i divieti sull’utilizzo di certi dati (inclusi etnici e razziali) nell’addestramento dell’AI, e viene autorizzata l’automatizzazione di alcuni passaggi nei processi decisionali. Potenzialmente dirompente. Basterebbe questo a chiarire una volta per tutte perché troppo spesso “semplificazione” significa meno tutele per la popolazione; e per la Ue una deriva che va in senso esattamente opposto alle sue ragioni fondative. Per rinnovare e rafforzare l’importanza dell’Unione e del suo mercato unico si deve procedere in altra direzione: per esempio sganciandosi dalle forme di pagamento legate a Swift e Visa, cioè agli Stati Uniti. Recuperando visione, spazio di manovra e indipendenza. Dunque leadership.
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