L’eccezione trumpiana si batte con forti dosi di democrazia
L’immagine è passata per lo più inosservata, oscurata dall’enormità dei fatti nonché da tutte quelle diffuse successivamente, raffiguranti Maduro, in tuta e ciabatte, piegato dallo “schiacciante potere americano”: la sintesi è di Donald Trump. Ma è utile tornarci su, a quella foto pubblicata proprio dalla Casa Bianca, perché risponde a molte domande che bisognerebbe farsi mentre assistiamo sgomenti all’orgogliosa violazione del diritto da parte di quella che ancora definiamo – e si definisce, dando lezioni di libertà agli altri – una democrazia.
Lo scatto raffigura la situation room allestita a Mar-a-Lago, residenza privata del capo, con i vertici dell’amministrazione statunitense davanti ai monitor per seguire le operazioni in Venezuela, e dietro di loro un enorme schermo aperto su X, il social di Elon Musk, a catturare le reazioni agli eventi. Il rapimento di un capo di Stato straniero, dunque, pianificato e guidato non dalle stanze della Casa Bianca, luogo concreto e simbolico del potere ma anche del governo americano, con tutti i suoi sistemi di protezione e controllo, bensì dal resort vacanziero del presidente, con il supporto di una piattaforma anch’essa privata, le cui conversazioni allenano un sistema di intelligenza artificiale proprietario, ma presto in dotazione al Pentagono, cioè allo Stato. A chiudere il cerchio un’altra piattaforma – che si chiami Truth, cioè “verità”, è più spaventoso che ironico – proprietà dello stesso presidente, attraverso cui vengono forniti giubilanti update sull’operazione, snobbando i canali pubblici e ufficiali: un circuito chiuso, impenetrabile dall’esterno, che radicalizza messaggi e senso comune confondendo informazione e propaganda autoritaria. Gira la testa, sì. Ma è questa opacità, l’assoluta mancanza di trasparenza e di dialogo aperto, anche nelle sedi istituzionali – a partire dal Congresso tenuto all’oscuro del golpe – che alimenta l’autoritarismo che sta divorando la democrazia statunitense. L’intreccio tra enormi interessi economici privati e l’assenza di quel dibattito che deve accompagnare ogni decisione democraticamente presa, per quanto folle, produce come esito la concentrazione di un potere politico ed economico che utilizza lo Stato, le sue strutture e le sue emanazioni, per i propri fini.
È allora su questo che bisogna ragionare nell’interrogarsi sulla deriva degli Stati Uniti, già campioni di interventismo interessato e gravido di conseguenze, ma quantomeno mascherato con il “pubblico interesse” o l’esportazione della democrazia, tanto da doverlo accompagnare con finte “prove” necessarie a convincere la cittadinanza. Come è sostenibile e non sanzionabile questo intreccio, esiste una specificità statunitense, un eccezionalismo “al contrario”, dato da una Costituzione troppo vecchia per riflettere la realtà attuale e gli strumenti necessari alla complessità del presente? E cosa può fare la cittadinanza attiva, che pure protesta contro gli sgherri dell’Ice e contro la loro violenza indiscriminata, oltre a segnalare il proprio dissenso con un tasso di gradimento per Trump sceso di dieci punti in un solo anno, il 39%, a dicembre, secondo Reuters? Esistono antidoti possibili, o la saldatura tra strumenti tecnologici potentissimi, manipolazione del pubblico e opacità delle scelte è irreversibile?
Sono, queste, alcune delle domande che ci porremo nel corso della tre giorni “Democrazia alla prova”, dal 23 al 25 gennaio al Palazzo Ducale di Genova. Perché se gridare e condannare la violazione del diritto internazionale costruito faticosamente nel post guerra è doveroso, lo è anche di più chiedersi quali siano le condizioni di degenerazione della democrazia dentro quello e altri Paesi che rendono possibile questa deriva. Per provare a scardinarle.
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