La legge di bilancio snobba i poveri e deprime la sanità
A un certo punto è spuntato persino il bonus tombe: cospicui sgravi fiscali per chi ristruttura loculi con “almeno due feretri o otto urne cinerarie”. E, se è vero che la morte è equanime perché riguarda davvero tutti, poveri e ricchi, lo è altrettanto che a volersene occupare in modo serio si dovrebbe fare ben altro: per esempio intervenire sulle tasse di successione, fattore primario per la pre-distribuzione che persino il G20 ha identificato come necessità primaria per intervenire sulle insopportabili disuguaglianze che bloccano i percorsi umani e lo sviluppo stesso delle società.
Eppure, a dispetto della grave arretratezza del nostro Paese in merito, non c’è nulla in questo senso nella modestissima legge di Bilancio presentata dal governo in nome della consueta responsabilità: tanto che è lecito chiedersi verso chi la sentano, questa benedetta responsabilità. Non certo per quel 10% di cittadine e cittadini – oltre 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie – che vive in condizioni di indigenza assoluta (Istat), in crescita del 43,4% nell’ultimo decennio, che cerca aiuto come può: i centri Caritas – segnala l’annuale rapporto – hanno assistito 277.775 famiglie nel 2024, il 62,6% in più rispetto al 2014. Il numero è ingente, ma resta una goccia in un oceano di sofferenza che toccherebbe al governo aggredire, e non con qualche briciola che risponde più alla propaganda che a reali necessità della popolazione. Basti pensare all’assegno di inclusione, sostituto di quel reddito di cittadinanza che, in pandemia, ha salvato dalla povertà un milione di persone. La legge di Bilancio interviene su una stortura – elimina l’interruzione per 30 giorni nell’erogazione allo scadere di 18 mesi continuativi – ma per farlo riduce di un terzo il fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale (pari a circa 1 miliardo l’anno), perno della rete pubblica di contrasto alla povertà. Destino analogo per le risorse del Piano Sociale per il Clima, istituito prevalentemente per intervenire sugli effetti della “povertà energetica”, alimentata dalle disuguaglianze generate dalla crisi climatica: 2,3 milioni di famiglie – il 9% del totale – ne soffrono, nella totale indifferenza del dibattito pubblico. La manovra prevede adesso che i finanziamenti del Piano possano essere utilizzati anche per finalità molto diverse dall’aiuto dei vulnerabili, per esempio per la mobilità sostenibile o per il futuribile Piano Casa (ancora non c’è, ma ci si porta avanti). Giochino analogo sul tema dell’immigrazione, su cui pure il governo ha sperperato per i centri in Albania 670 milioni di euro: la Finanziaria non cambia l’impostazione escludente nella gestione delle persone migranti, focalizzata su rimpatri e allontanamento, ma consente anche di spostare i fondi destinati a “coesione sociale e diritti” verso altri ministeri: con il paradosso che in un Paese funestato dall’inverno demografico e dall’emigrazione, in cui serve linfa vitale ed energia fresca, i fondi necessari a costruire integrazione finiscano magari in armi. Infine non va meglio, a dispetto dei proclami, alla Sanità: cresce la dotazione (di 2,1 miliardi, poco più degli 1,5 destinati all’ennesimo condono fiscale) ma è largamente inferiore alla spesa che prevede lo stesso governo, nel Documento programmatico di finanza pubblica, per il servizio sanitario: significa che per far quadrare i conti saranno necessari tagli e ancora tagli. È questa la “Nazione tornata a contare”, come ama dire Giorgia Meloni? Una notizia buona però c’è: se i margini per le opposizioni sono risicati nella sessione di bilancio, quelli politici sono enormi. Quando il governo che si professa vicino al popolo lo prende a mazzate, è il momento dell’opposizione. A patto di uscire dal palazzo e dalle beghe interne e occuparsi veramente della gente.
Per il Forum Disuguaglianze e Diversità