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Gaza, l’umanità della Flotilla contro il silenzio dei governi

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Trecento tonnellate sono partite solo da Genova; trecento tonnellate, cioè trecentomila chili. Di cibo, medicinali, abiti: aiuti umanitari, meglio, materiali che tengono accesa la vita. Anche se non basteranno – questi e i molti altri trasportati dalle Freedom Flotilla – a salvare la popolazione di Gaza dalla fame e dalle malattie, e men che meno da bombe e assassini mirati. Ma sono indispensabili, simbolicamente e non, a sfondare il muro dell’orrore e della complicità, tanto da essere attaccati ancora prima della partenza. I materiali sono stati raccolti e inviati ai portuali liguri imbarcati nella più grande spedizione marittima politico-civile della storia recente da 400 mila persone, 400 mila testimonianze di umanità: una sorta di scorta dal basso che sopperisce l’ignavia, quando non la connivenza e spesso anche la stoltezza, del governo italiano e del suo intollerabile barcamenarsi. Servirebbero sanzioni contro Israele, l’interruzione dei rapporti di collaborazione, la revisione di accordi sulla cybersecurity, naturalmente lo stop all’invio di armi, la protezione assoluta di chi ha preso la via del mare; c’è stato invece l’invio della traduzione della “Pimpa” in arabo ai bimbi palestinesi, come ha rivendicato orgogliosamente il ministro degli Esteri Tajani, senza apparente imbarazzo per l’inadeguatezza dell’affermazione. Inadeguatezza è d’altronde la parola giusta per descrivere la reazione dell’esecutivo italiano, ma anche dell’Unione europea, di fronte al genocidio in corso a Gaza, dove lo sterminio pianificato implica ogni giorno nuove barbarie, nuova violenza criminale, accolta da larga parte di quell’Occidente tanto fiero dei propri valori con sospiri e alzate di sopracciglia, al limite buffetti di rimprovero quando non si riescono a nascondere la pulizia etnica, i massacri e i piani per deportazioni di massa con le parole della neolingua dell’ignavia: “Esodo volontario”, “città umanitarie”, “folla ai centri di distribuzione di aiuti” (ossia: tiro a segno su chi cerca cibo), e via discorrendo. La distanza tra questa reazione, tra le dichiarazioni striminzite e l’indignazione disperante che prova la cittadinanza – italiana, europea e mondiale – e l’ammuina dei governi ha riempito la Flotilla di persone “normali” di tutto il mondo; quella stessa distanza proverà ancora una volta a essere colmata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, appena iniziata, dove Francia, Belgio e Canada hanno annunciato che riconosceranno lo Stato di Palestina, aggiungendosi ai 147 Paesi (su 193 aderenti) che già oggi lo fanno. Non è invece nelle intenzioni del governo di Giorgia Meloni, che definisce la mossa “controproducente”, dimostrando di non capire il valore della diplomazia internazionale – per di più in uno scenario in evoluzione in cui il Sud globale guarda alle nostre ipocrisia e debolezza senza giustificazioni ammissibili – e le responsabilità anche simboliche di cui dovrebbe farsi carico. Non sarà quel riconoscimento a cambiare il destino immediato dei palestinesi, così come non cambierà alcunché una dichiarazione blanda e per lo più senza conseguenze arrivata al voto del Parlamento europeo. Ma anche i segnali servono, se non altro a distinguere chi vuole esserci da chi pensa di poter continuare a osservare uno sterminio senza alzare un dito. La cittadinanza ha già deciso da che parte stare, ed è quella della Flotilla: tanto più in assenza di un governo realmente interessato, e dopo l’intimidazione costituita dall’attacco del drone, tutte e tutti noi dovremo vigilare sulla missione e sull’incolumità degli equipaggi. Pronti a mettere anche i nostri corpi a difesa dei loro, riempiendo le piazze e bloccando il Paese, se qualcosa dovesse succedere.
Per il Forum Disuguaglianze e Diversità

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