Il Duce. Il 5 luglio 1934 Benito Mussolini riceve a Palazzo Venezia la redazione de “L’Universale”, diretto da Berto Ricci, a cui il giovane Montanelli collabora (un anno dopo farà chiudere la rivista). “Fu la prima volta che incontrai Mussolini di persona. Uomo di grande fascino, carismatico. Parlò a lungo, facendoci capire che dovevamo a lui se la censura non aveva preso provvedimenti più drastici … Poi si rivolse a me con un elogio per un mio articolo antirazzista: ‘Avete la mia approvazione: il razzismo è roba da biondi!’ (cioè da tedeschi, nda)”. Mancano 4 anni alle leggi razziali.

Longanesi e il bordello. Nel 1937 Leo Longanesi fonda “Omnibus”, il primo rotocalco italiano. Montanelli, che dopo l’avventura in Etiopia è ormai un a-fascista disilluso e frondista, è con lui. Il giornale subisce continue censure e sequestri dal Minculpop.

“Il Duce mandò a chiamare Longanesi, Maccari e me. Aveva saputo, dai soliti bene informati, che ci ritrovavamo con qualche collega di Omnibus in un noto bordello di Roma, ‘il Grottino’, per sparlare di lui, del regime e dei suoi gerarchi in santa pace, lontano (così credevamo) da orecchi indiscreti… Nella sala del Mappamondo, Mussolini stava arringando una delegazione di architetti di regime, molleggiandosi sugli stivali. Sproloquiò sui destini imperiali dell’Urbe per una mezz’ora, senza degnarci di uno sguardo e lasciandoci lì in attesa in un angolo. Poi, quando pensavamo di avere sbagliato data e ora, alzò la voce all’improvviso: “Purtroppo”, scandì, “nella capitale dell’Impero romano restano in piedi catapecchie malsane e fatiscenti, che vanno smantellate al più presto. Come quell’edificio non proprio storico, detto Grottino…”. E si rivolse verso di noi e senza aggiungere una parola ci indirizzò un gesto molto eloquente, sporgendosi leggermente di lato e spingendo il gomito destro all’infuori, in una piccola rotazione: come per dire: tiè, sistemàti. L’udienza era finita lì: tutta la messinscena era organizzata in funzione del gestaccio finale. Il Grottino fu poi abbattuto solo per fare dispetto a noi. Ma la tenutaria, avvertita per tempo da noi, era riuscita a venderlo e a trasferire il locale altrove. Dove continuammo a corbellare il regime. In questo episodio c’è molto di Mussolini, che era fondamentalmente un gran dispettoso”.

L’arresto e la condanna. Il 5 febbraio 1944 Montanelli viene arrestato dai nazisti sul lago d’Orta, dove sta per incontrare un emissario del comandante partigiano Beltrami per unirsi alla Resistenza. E viene rinchiuso, con la moglie Maggie, nei sotterranei della caserma di Gallarate. Via via tutti i vicini di cella vengono fucilati. Il 20 febbraio viene processato dalla Corte marziale: “Mi condannarono a morte e subito dopo mi porsero il modulo da compilare per la domanda di grazia. Io rifiutai e sbottai, esasperato: ‘Basta con questa buffonata, fucilatemi e fatela finita’. Invece passò molto tempo… Rimasi altri tre mesi isolato nei sotterranei, in una cella umida, senz’alcun contatto col mondo esterno. Neanche un libro o un giornale da leggere, nemmeno un foglio per scrivere. Con i vicini di cella si poteva parlare solo a colpi di nocche sulle pareti e le inferriate, con l’alfabeto morse. Finché, l’uno dopo l’altro, all’alba, venivano portati via per la fucilazione”.

Il 9 maggio viene svegliato all’alba: pensa che sia giunta la sua ora, invece lo traducono a San Vittore. A luglio la madre Maddalena contatta Luca Osteria, ex agente dell’Ovra che fa il doppio gioco tra Salò, gli Alleati e il Cln. E riesce a farlo evadere quattro ore prima della fucilazione, poi lo fa accompagnare alla frontiera svizzera.

Ottone chiagne e fotte. Nel 1973, in dissenso con la linea del Corriere, diretto da Piero Ottone dopo la cacciata di Giovanni Spadolini da parte della famiglia Crespi (per volere della “Zarina” Giulia Maria), Montanelli viene licenziato dopo 40 anni di onorato servizio. Ottone, dopo avergli annunciato in lacrime il licenziamento per ordine della Crespi, rifiuta di pubblicare la sua lettera di commiato ai lettori, in cui Montanelli lo scusa, definendolo “latore senza colpa di un pronunciamento padronale”. Indro racconta la scena in una lettera a Spadolini: “La sera del 16 ottobre Ottone mi telefona per dirmi che ha bisogno di parlarmi e che verrà all’indomani alle nove e mezzo a casa mia. Naturalmente, ho già capito di che si tratta. L’indomani viene e, mentre lo precedo in salotto, sento alle spalle un singhiozzo. Quando mi volto, è già sprofondato in una poltrona, e col viso inondato di lacrime (vere!) mi dice: ‘Se avessi saputo di dover affrontare un giorno come questo, non avrei accettato la direzione del Corriere: è il giorno più amaro della mia vita’. Mi spiega che il Consiglio d’amministrazione ha dichiarato “incompatibile” la mia presenza al Corriere… e che mi si chiedono le dimissioni. Rispondo che ci penserò, e infatti ci penso, ma poi decido di darle per motivi di dignità… La sera mi chiama Ottone. Dice che non può pubblicare la mia lettera e che verrà a parlarmene. L’indomani… mi dice che la mia allusione al ‘pronunciamento padronale’ non è riproducibile. Dico: ‘O non mi hai detto che a cacciarmi è stato il Consiglio d’amministrazione, che è l’organo dei padroni?’. ‘Sì, ma dopo aver sentito il mio parere’. ‘Ah, ma questo ieri non me l’avevi detto’. ‘Lo consideravo implicito’. ‘Ma allora, scusa, perché piangevi?’. Non risponde. Gli dico: ‘Vattene’. E non lo accompagno alla porta”. Subito lo chiama Gianni Agnelli per offrirgli un contratto a La Stampa di Arrigo Levi. “C’è stato al telefono un diverbio fra Ottone e Levi. Ottone ha detto che la mia assunzione è un atto sleale. Levi ha risposto: ‘Non ve l’ho portato via. Siete voi che lo avete buttato sul lastrico. Dovevo lasciarcelo un giornalista come Montanelli?’. Mi vorrebbero ramingo coi campanelli come i lebbrosi del Medio Evo. Ecco i fatti, caro Giovanni, come si sono realmente svolti. Non mi hanno affatto turbato”.

L’attentato. Il 2 giugno 1977 Montanelli, che da tre anni ha fondato il Giornale, viene gambizzato da un commando delle Br, all’indomani di un altro attentato contro il vicedirettore del Secolo XIX Vittorio Bruno. Il Corriere di Ottone e La Stampa di Levi omettono il suo nome nei titoli in prima pagina (“I giornalisti nuovo bersaglio della violenza”, “Attentati delle Brigate rosse a direttori di due giornali”). Dai suoi diari. “3 giugno 1977. Anche l’Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma Scalfari… sostiene la strana tesi che l’attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su cinque colonne sul centro pagina: ‘Attentati contro giornalisti’, mettendo il mio nome solo nel sommario… Continua l’alluvione dei telegrammi e la processione delle visite. I personaggi ufficiali non m’interessano, m’interessano gli anonimi. È dalle loro facce e parole che misuro l’affetto, il rispetto, la stima da cui sono circondato’. ‘La notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi – quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici… A un certo punto arriva Ottone… Per fare fronte alla sua ipocrisia, chiamo a raccolta la mia, e lo accolgo cordialmente, ma fingendo di non accorgermi che vorrebbe abbracciarmi (questo è troppo)… Più tardi sopraggiunge Levi che, dopo consulto con Ottone, aveva a sua volta evitato, nel titolo, il mio nome… Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano!’.

Un loculo nel mausoleo. Verso la fine degli anni 80 Berlusconi, azionista di maggioranza del Giornale, invita Indro ad Arcore e lo porta in visita guidata al mausoleo funerario che si è appena fatto costruire nel parco di Villa San Martino dallo scultore Pietro Cascella: un sacrario in granito bianco sobriamente ispirato alla tomba di Tutankhamon, in uno stile che qualcuno definirà ‘assiro-milanese’… Alla fine del giro, quando ormai Indro trattiene a stento le lacrime, l’amico Silvio gli fa una proposta indecente. “Mi mostrava tutti quei loculi intorno al suo sarcofago da faraone e mi diceva: ‘Indro, vedi, questo è il cerchio dell’amicizia. Lì andrà Confalonieri, lì Dell’Utri…’. Poi, a tradimento, mi indicò un loculo vuoto: ‘Ecco, lì sarei veramente onorato se tu volessi…’. Aveva l’aria ammiccante, come se stesse facendomi l’onore più grande della vita. Io, appellandomi a tutti gli scongiuri che mi vennero in mente, ammutolii. Poi mi venne di rispondere: ‘Domine, non sum dignus!’. E me la diedi a gambe”.

Battute Controcorrente. “In chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti con il prete” (replica di Andreotti: “Sì, ma a me il prete rispondeva”).

“Dell’ex ministro Spadolini hanno detto e scritto che è ‘troppo innamorato di se stesso’. Diciamo la verità: tutti siamo innamorati di noi stessi. Ciò che caratterizza Spadolini è che, a differenza di noi e di tanti altri, lui si corrisponde”.

“Inquisito dai magistrati di Foggia per una storia di tangenti, l’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino ha detto: ‘Se dovesse essere provata una mia seppur minima colpevolezza, abbandonerei la politica’. Stiamo col fiato sospeso: coi tanti guai che abbiamo, ci mancherebbe anche quello della sua innocenza”.

“’Caro direttore, le rubo un po’ di spazio’, ha scritto Craxi all’Avanti!. Incorreggibile Bettino: perfino al giornale del suo partito”.

Dalla Voce al Corriere. Nel gennaio ‘94 Berlusconi annuncia la “discesa in campo” e Montanelli rifiuta di trasformare il Giornale in quello che diventerà con Feltri&C.: l’house organ di Forza Italia. E lo abbandona vent’anni dopo averlo fondato, creando la Voce. Che durerà 13 mesi. Poi torna al Corriere. Nel ‘97 accetta di rivedere il Cavaliere, impegnato nell’inciucio della Bicamerale: “Gli ho chiesto quale salvacondotto gli abbia promesso D’Alema in cambio della sua adesione alla Bicamerale e della sua finta opposizione e se, quando l’otterrà, lascerà la politica. Sai cosa mi ha risposto? ‘Indro, sono disperato: ho scoperto che le toghe rosse non obbediscono nemmeno a D’Alema’. E lì ho capito l’essenza del suo dramma: la politica non la abbandonerà mai”.

Il paese dei manganelli. Nel 2001 Montanelli spende i suoi ultimi mesi di vita a mettere in guardia gli italiani, sul Corriere e in tv, contro il ritorno del Cavaliere e il suo futuro “regime”: “Questa non è la destra, è il manganello: gli italiani non sanno andare a destra senza cadere nel manganello”. In cambio, riceve insulti dalle tv e dai giornali berlusconiani e chiamate anonime di insulti e minacce sul telefono di casa. Per questo deve cancellare le iniziali I.M. dal citofono della sua abitazione in viale Piave. Lo racconta a Repubblica: “La cosa più impressionante sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque, una dopo l’altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, assolutamente introvabile… Questa è la peggiore delle Italie che io ho mai visto… La volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l’avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo… Io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt’al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile… Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino”.

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