Quando alle prime luci dell’alba di lunedì 26 marzo le agenzie di stampa internazionali iniziano a informare i clienti sul buco di bilancio che l’implosione di un fondo finanziario chiamato Archegos avrebbe arrecato alle trimestrali di alcune delle più note banche d’affari internazionali, per gran parte degli operatori quel nome suona come un’assoluta novità. In realtà negli ambienti super-ovattati dell’alta finanza il gestore del fondo, tal Sung Kook (Bill) Hwang è di casa.

Per quanto si predichi il valore della meritocrazia, anche nei Paesi anglosassoni non accedi a linee di credito del valore di qualche miliardo di dollari se non appartieni al “giro giusto”. E Hwang non solo conosce le persone giuste, ma da anni ci fa affari, pur avendo subito nel 2013 dalla Sec, l’Authority di controllo della Borsa Usa, una multa da 44 milioni di dollari e l’interdizione al trading per 5 anni per aver manipolato alcuni titoli quando era gestore del fondo speculativo Tiger Asia.

Una volta riabilitato, per rifarsi una verginità finanziaria, Hwang pensa bene di tornare in sella nel 2019 adottando la forma societaria del family office, decisamente più leggera sul fronte dei requisiti patrimoniali in quanto rivolta (in teoria) solo alla gestione del proprio patrimonio personale. Nasce così Archegos. È bravo nel suo lavoro, Hwang, trader molto aggressivo, capace di passare da 200 milioni di dollari a 15 miliardi in soli 7 anni. Davanti a performance tanto stellari, le banche d’affari, che svolgono la funzione di primary broker, non lesinano certo sui prestiti, chiudendo tutti e due gli occhi sul fatto che di Archegos nei registri della Sec non vi sia praticamente traccia. A oggi rimane poco chiaro il motivo per cui il nome del family office non compaia nei registri dell’Authority, ma è indubbio che ad aver favorito l’operatività nell’ombra di Hwang sia stato l’uso di uno degli strumenti derivati più utilizzati a Wall Street: il Total return swap (Trs).

In cosa consiste? Poniamo, per esempio, che un operatore finanziario intenda acquistare un titolo azionario amplificando il potenziale guadagno con un effetto leva: a quel punto chiede al primary broker di finanziare l’operazione, procedendo alla fine di ogni mese a un settlement che prevede l’incasso di denaro se il valore dell’azione sarà superiore a quella di acquisto, oppure il pagamento se invece il titolo finanziario scenderà al di sotto del livello. Per l’istituto di credito l’operazione è una win-win: intasca ricche commissioni, senza peraltro correre rischi elevati, dato che l’eventuale pagamento al trader viene coperto con un’apposita assicurazione.

Una pratica, quella del Trs, certamente legale, usata quotidianamente da migliaia di attori finanziari. Trattandosi però di uno strumento derivato over the counter, ossia non regolamentato, può essere più o meno facilmente nascosto nelle pieghe dei bilanci degli istituti di credito. Per Hwang il Trs non è dunque solo uno strumento per amplificare l’effetto leva, ma anche per nascondere il più possibile agli occhi degli organi di controllo l’operatività del suo family office che a tutti gli effetti opera invece come un hedge fund, un fondo speculativo. E così tutto procede liscio fino a che Hwang cade vittima della peggiore disgrazia che può colpire un trader, il senso di onnipotenza che fa perdere il senso del rischio.

A oggi non è ancora chiaro quali investimenti siano andati male (c’è anche chi dice che Hwang sia finito vittima dello squeeze su Gamestop, ma non ci sono riscontri). Sta di fatto che il bilancio del trader peggiora al punto da far scattare le richieste di rientro immediato da parte dei broker (margin call) che Hwang non è però in grado di coprire avendo replicato lo stesso contratto di finanziamento con molteplici controparti.

Per salvare il salvabile, allora, le banche si trovano costrette a liquidare i titoli in portafoglio del trader asiatico per un controvalore di 50 miliardi di dollari. A farne maggiormente le spese sono le banche d’affari Nomura e Credit Suisse (la cui perdita complessiva ammonterebbe a circa 8 miliardi di dollari), mentre le cugine americane Morgan Stanley e Goldman Sachs riescono a liquidare i titoli di Archegos con grande velocità, riportando danni molto più contenuti. Per qualche giorno il ricordo del crac del fondo LTCM, che rischiò di far collassare i mercati finanziari nel 1998, è tornato alla mente degli operatori più anziani, ma il paragone è improprio perché oggi la liquidità sui mercati è molto più elevata (a febbraio, per dire, l’indice di massa monetaria negli Usa ha registrato un balzo del 27% su base annuale). Più centrata è probabilmente la similitudine con la crisi dei subprime del 2008 scoppiata non tanto per il collasso dei prezzi immobiliari quanto per la cartolarizzazione senza freni dei mutui adottata dalle banche d’affari.

Oggi come ieri si pone il problema di far luce sull’abuso dei Total return swap. Se infatti un semplice family office, per giunta quasi inesistente nei registri della Sec, aveva un’esposizione da 50 miliardi di dollari, non sarebbe forse il caso che le autorità di regolamentazione inizino a far luce sul giro d’affari di questi derivati? Sarebbe un errore considerare l’implosione di Archegos come un caso isolato. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati casi di collassi di hedge fund i cui indici di patrimonializzazione non riescono a stare al passo con la crescente volatilità dei mercati derivante anche dalla mole di liquidità in circolazione per effetto delle politiche monetarie espansive delle banche centrali.

Ma forse cercare di frenare l’abuso dei Trs è una questione che le persone ‘giuste’ non hanno molta voglia di affrontare.

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