Pubblichiamo ampi stralci della postfazione di Giulia Bignami al libro “Lettere dalla fine del mondo” che sarà in edicola giovedì.

Si prendano un neuroscienziato X e uno scrittore Y su un pianeta a caso, tipo QAR C1122-13 c, di una galassia qualsiasi, tipo quella di Andromeda. E mettiamo che X e Y decidano di scrivere insieme un libro per esporre e confrontare le loro idee su argomenti importanti in ordine sparso come: vita, natura, memoria, morte, galline, religione, sesso, anima, scienza, donne, letteratura, arte, eccetera. Mettiamo anche che X e Y abbiano un’amica comune, Z, offerta volontaria per rileggere e dare pareri, in qualità di cavia di questo assurdo esperimento. Logica vorrebbe che, per prima cosa, X e Y cercassero di mettersi d’accordo su un indice delle idee e degli argomenti, su un formato in cui organizzare il tutto, su un titolo che sia giustamente riassuntivo dell’impresa e, soprattutto, ascoltassero i pareri e i consigli di Z. Invece, dato che non siamo nella galassia di Andromeda, ma più banalmente nella Via Lattea, e più specificatamente sulla Terra, dove X = Giorgio, Y = Massimiliano e, sfortunatamente (per loro), Z sono io, ecco, niente di tutto questo è successo.

Chi sono Giorgio e Massimiliano? Sulla Terra non hanno bisogno di molte presentazioni. Giorgio Vallortigara è professore di Neuroscienze e ha fatto dello studio di cervelli e comportamenti animali la carriera di una vita. Massimiliano Parente si definisce, come scrittore, il meglio che l’evoluzione abbia prodotto negli ultimi quattro miliardi di anni e per questo, attraverso le sue opere, ha fatto della distruzione dell’umanità la battaglia di una vita. Che cosa li accomuna? Se dovessi rispondere onestamente direi la follia, ma per fortuna non devo. La risposta, quindi, è il loro comune approccio scientifico alla spiegazione dei comportamenti degli uomini, come quelli degli altri animali. La ricerca di un comune denominatore biologico con cui sezionare le credenze, superstizioni o religioni, distruggendo ogni possibile traccia di speranza rimasta al povero lettore. Legittimamente, ci si potrebbe anche chiedere perché ci sia di mezzo io in questo sgangherato progetto e sarei felice di dare una dotta spiegazione, ma non la so neanche io. Tanto per cominciare non si capiva come dovesse essere strutturato questo libro. Il grande piano era quello di fare una trascrizione delle loro telefonate che (cito uno dei due, non mi ricordo chi) “sono talmente belle e intelligenti che fanno di già un libro” (A pensarci bene, data l’intrinseca modestia che traspare, credo si tratti di una frase di Massimiliano, ma non è importante, andiamo avanti). Ho avuto, diciamo, il piacere di ascoltare molte di queste telefonate (spesso mentre facevo ginnastica, riuscendo a turbare entrambi con quello che per me era normale fiatone, ma per loro provocante ansimare) e posso confermare che alcune sono state molto belle, ma la maggior parte sono state fondamentalmente deliranti. Inclusa una abbastanza recente in cui un Giorgio molto freudiano, è persino riuscito a ottenere da Massimiliano una confessione riguardo a traumi infantili causati da una certa, cattivissima, suor Rosamelia, che credo spieghi molte cose.

Comunque, entrambi si sono subito trovati d’accordo su questo piano, ma essendo tecnologicamente arretrati, non avevano la minima idea di come farlo funzionare. A quel punto si trattava di cercare un modo per registrare e mettere in forma scritta un loro dialogo, che rispecchiasse il ritmo e i contenuti dei loro dibattiti telefonici. O meglio, quello sembrava il piano fino a che il demone letterario non si è impossessato di uno dei due (chissà chi), spingendo a un cambio completo di formato da un dialogo a un epistolario. Quando ho chiesto il perché di questo repentino cambio non programmato, mi è stato detto che in questo modo si dava molta più dignità letteraria al libro. Io ho obiettato che, però, si sarebbe persa la dinamica molto interessante che i loro dialoghi avevano, ma mi è stato fatto capire di non rompere le palle.

Siccome Giorgio e Massimiliano non avevano ancora bene idea di quali argomenti avrebbero trattato nel libro (per carità, un indice è da dilettanti), hanno giustamente pensato che la cosa migliore da fare fosse mettersi a battagliare su un possibile titolo. E, per farla breve, questo libro, ancora prima di esistere, di titoli ne aveva già almeno tre: prima Nati per morire (che a me piaceva moltissimo e per questo è stato immediatamente silurato), poi Dialoghi tra uno scrittore e un neuroscienziato (vastamente troppo ovvio e banale) e quindi Lettere dalla fine del mondo (approvato perché giudicato da entrambi ottimista al punto giusto).

Arrivati al fatidico punto dell’inizio della scrittura, sono abbastanza sicura che X e Y, su QAR C1122-13 c, si sarebbero principalmente preoccupati di quali argomenti trattare per primi, di come mantenere la giusta consequenzialità delle lettere e di come fare incontrare o scontrare le loro idee. Ovviamente, non è stato così sulla Terra per Giorgio e Massimiliano anche se, dovendo ognuno mantenere le rispettive parti del grande professore e del grande scrittore, non lo ammetteranno mai. Quali dovrebbero essere le loro risposte a un’ipotetica intervista per la pubblicazione di Lettere dalla fine del mondo, se fossero sinceri? Diciamo che se la domanda fosse del tipo: qual è stata la sfida più grande incontrata nel fondere i punti di vista di uno scrittore e di uno scienziato in un’unica opera? Loro dovrebbero rispondere così:

Giorgio: “Convincere Massimiliano a usare il più ragionevole formato di file .doc invece che .rtf”.

Massimiliano: “Riuscire a far scrivere Giorgio nell’unico font accettabile, Times New Roman”.

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