L’intervista

“Se torna il Patto di Stabilità per l’Eurozona sarà il disastro”

I timori - “Il Recovery Fund è un primo passo giusto, ma ci sono troppe resistenze: se ci sarà nuova austerità la recessione sarà assai lunga”

8 Giugno 2020

Joseph Stiglitz è uno degli economisti più brillanti d’America: 77 anni, laureato al MIT, ha vinto il premio Nobel nel 2001, uno dei pochi economisti critici ad esserselo aggiudicato. Critico dell’euro e della globalizzazione neoliberista, recentemente ha pubblicato Popolo, potere e profitti (Einaudi), in cui sostiene l’idea di un capitalismo progressista.

Partiamo dalle proteste negli Stati Uniti: hanno anche natura economica?

Gli Stati Uniti sono al punto di ebollizione da molto tempo. Le tensioni razziali e la brutalità della polizia sono parte dell’America da 150 anni. Si dice che la schiavitù è il peccato originale dell’America che non abbiamo mai davvero superato. Abbiamo fatto progressi negli ultimi 50 anni, ma il presidente Trump ha disfatto molti di essi. Questa pandemia ha esposto le profonde disuguaglianze nella società e nell’economia, nella sanità e nel reddito: ha esposto il divario razziale. Con un presidente che ha così poca empatia, con la brutalità della polizia che continua e con le immagini portate davanti agli occhi di tutti dai social media, non è una sorpresa che il malcontento sociale ribolla.

In questa crisi da coronavirus quali sono le somiglianze e le differenze fra gli Usa e l’Europa?

Nella maggior parte d’Europa non ci sono queste tensioni razziali, non c’è la stessa disuguaglianza che c’è negli Stati Uniti e c’è un sistema di protezione sociale molto migliore. Nella pandemia, più colpiti sono stati i Paesi guidati da figure autocratiche che non credono nella scienza e nella competenza: Brasile, Russia e Stati Uniti. Ma c’è un altro aspetto del fallimento americano rispetto all’Europa: abbiamo speso molti soldi, ma li abbiamo spesi male. I Paesi europei hanno fatto un lavoro molto migliore nel mantenere occupati i lavoratori, mentre gli Usa hanno fallito: il risultato sono stati 40 milioni di nuovi disoccupati in 10 settimane. Non era mai successo. Per di più le imprese ricche e ben connesse hanno preso più soldi di quelle che erano davvero vulnerabili. Quel che vediamo ci dà l’impressione che il sistema è corrotto. Alcuni si comportano da banditi, mentre le persone normali sono lasciate a se stesse.

Per quanto riguarda l’eurozona, pensa che il Recovery fund possa essere un punto di partenza per un bilancio federale?

Spero di sì. Ma è già un grande passo avanti che i vari Paesi abbiano acconsentito a emettere di fatto eurobond: è preoccupante, però, che sia stato così difficile far approvare la proposta e che ci si sia riusciti soprattutto a causa della leadership della Merkel, che però sta lasciando la scena. Restano poi tutta una serie di divisioni: ogni economista direbbe che i soldi devono essere dati all’Italia a fondo perduto, ma alcuni paesi del Nord Europa dicono che l’Ue non è un’unione fiscale. Così si torna alla discussione di dieci anni fa. Si discute se ci debba essere un bilancio federale europeo per pagare gli interessi sui titoli. Dal mio punto di vista bisogna avere tasse europee: un’imposta minima sulle imprese, tasse ecologiche, tasse sui guadagni finanziari. Ma alcuni Paesi stanno ancora facendo resistenza. Si discute poi su quante condizionalità mettere per avere i soldi: a quanta indipendenza dovrebbe rinunciare l’Italia?

Cosa accadrebbe se il Patto di Stabilità e Crescita fosse riattivato dopo la crisi?

Sarebbe un vero disastro. Alcuni Paesi infatti avrebbero debiti molto più alti, debiti su cui andrebbero pagati gli interessi. Finché i tassi rimanessero molto bassi, non sarebbe un problema, ma i tassi potrebbero salire. A quel punto se il Patto di Stabilità fosse invocato, ciò avrebbe effetti recessivi sull’economia e costringerebbe i Paesi all’austerità. L’Europa ha formulato un’idea molto positiva su dove vuole andare col Green Deal. Ma se il Patto di Stabilità fosse riattivato, non ci sarebbe alcun modo per metterlo in atto.

Come sarà l’economia post-Covid?

Sarà una ripartenza molto dura. Oggi quasi nessuno pensa che sarà una ripresa a V. Quanto sarà dura e lunga dipenderà da quale tipo di assistenza daranno i governi. Il governo degli Usa ha fatto uno sforzo ingente, ma è stato impressionante quanto male questo sforzo è stato progettato. Non ha affrontato questioni come la sanità, la protezione dei vulnerabili e dei posti di lavoro: non è stata formulata una visione del futuro dopo la crisi. E i repubblicani sono molto esitanti ad accettare un altro round di spesa. Non stanno assicurando ai disoccupati che i sussidi rimarranno attivi finché il tasso di disoccupazione rimarrà alto: questo rende le persone nervose e riluttanti a spendere. Sotto l’attuale amministrazione ci sarà una recessione molto lunga e non ci può essere una forte ripresa globale finché l’economia Usa è debole. Inoltre non sono state stanziate risorse per i mercati emergenti, che sono stati il motore della crescita dopo la recessione del 2010. Gli Stati Uniti non hanno sostenuto la proposta di spendere i diritti speciali di prelievo dell’Fmi, che avrebbero aiutato i mercati emergenti.

E l’Europa?

Ha fatto un passo nella giusta direzione e i singoli Paesi hanno programmi molto meglio strutturati, ma c’è un interrogativo che pende su di essa. L’Italia ovviamente non ha da spendere le risorse che hanno gli Usa: a meno che non ci sia una forte resistenza delle economie di Italia, Spagna e degli altri Paesi più colpiti, sarà difficile vedere una ripresa robusta.

Quali dovrebbero essere il ruolo e lo spazio d’intervento dei governi nella ricostruzione?

Devono giocare un ruolo centrale. Lo scenario principale che vedo è uno in cui i bilanci delle imprese sono via via distrutti tanto più dura la pandemia, i bilanci delle famiglie vanno in fumo, le imprese falliscono, ci sono grandi ristrutturazioni aziendali, i posti di lavoro non tornano. Centri commerciali, settore immobiliare, trasporto aereo saranno colpiti molto duramente. Ci sarà molta più incertezza, il che renderà le persone molto più attente nello spendere: avremo un’insufficienza di domanda aggregata e quindi un’economia debole. L’azione del governo è l’unico modo per uscirne: un’azione collettiva per condividere i rischi, così che le persone abbiano meno paura di spendere, e per stimolare l’economia.

Cos’altro ci servirà?

Una nuova leadership negli Stati Uniti per ripristinare la fiducia. Non si può far ripartire l’economia se si ha un dissenso sociale così evidente come nell’ultima settimana. Oltre all’incertezza sulla pandemia, abbiamo l’incertezza economica, quella politica e ora quella relativa all’instabilità sociale che si alimentano a vicenda. L’assenza di leadership a Washington sta esacerbando il problema e gettando benzina sul fuoco: quel che succederà in America avrà implicazioni per tutti gli altri Paesi.

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