L’Organizzazione mondiale della Sanità non ha ancora dichiarato la pandemia globale. I mercati finanziari sì. Perlomeno quelli che hanno investito nei Catastrophe Bond, Cat-bond, le obbligazioni speciali istituite dalla Banca mondiale per finanziare il Pandemic Emergency Financing Facility (Pef), uno strumento per incanalare i finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo a rischio di pandemia.

Il meccanismo è perverso: per reperire fondi si istituiscono degli strumenti finanziari che rendono moltissimo con tassi di interesse fino all’11 per cento. Gli investitori, fondi pensioni, assicurazioni, grandi investitori scommettono sul verificarsi dell’evento: se non si verifica guadagnano moltissimo, altrimenti perdono tutto o parte del loro capitale.

Nel caso dei Cat-Bond del programma Pef, la Banca mondiale aveva emesso nel 2017 due tipi di obbligazioni: una di classe A dal valore di 225 milioni di dollari con rendimento del 6,9% e una di classe B da 95 milioni, rendimento dell’11%. Il Pef, scrive la stessa Banca mondiale, “copre sei virus che hanno maggiori probabilità di causare una pandemia. Questi includono nuovi Orthomyxovirus (nuovo virus pandemico influenzale A), Coronaviridae (Sars, Mers), Filoviridae (Ebola, Marburg) e altre malattie zoonotiche (Crimea Congo, Rift Valley, Lassa febbre)”.

Il finanziamento ai Paesi ammissibili, continua l’istituto internazionale, viene attivato al verificarsi di determinati parametri relativi ai livelli di contagio, al numero dei decessi o alla velocità di diffusione della malattia.

Nel caso in questione, le condizioni indicano almeno 12 settimane di durata – scadenza che sarà rispettata il 23 marzo – un numero di morti nel Paese originario fissato a 2.500 e già superato in Cina, e un numero di morti in altri Paesi di almeno 20, ormai superato abbondantemente in Italia, Iran e anche in Corea del Sud. Non risulta, invece, almeno stando alle dichiarazioni della società di consulenza finanziaria specializzata Artemis (con sede alle Bermude), che la pandemia in quanto tale debba essere dichiarata dalla Oms. La parola finale, però, spetta a una società privata con sede a Boston, la Air Worldwide Corporation, che interpellata da Bloomberg nei giorni scorsi, ha preferito non commentare la situazione. In ogni caso, il via libera alla definizione del cosiddetto covered peril, ovvero il verificarsi dell’evento che fa scattare la perdita dell’investimento, è nelle mani di questa.

Per effetto dell’epidemia di Coronavirus in atto, ha fatto precipitare il valore delle obbligazioni, emesse alla pari quindi a quota 100 e che al 2 marzo erano stimate a 5 centesimi l’una, quindi con una perdita incorporata del 95%, in picchiata rispetto al -55% della scorsa settimana.

Le condizioni dell’epidemia da Coronavirus fanno oggi pagare pegno a chi ha voluto scommettere. Ma dall’inizio degli anni 2000, il mercato dei cat-bond si è ampiamente sviluppato con un ruolo attivo delle assicurazioni e delle compagnie di riassicurazione. Nell’obbligazione in questione, infatti, la gestione è affidata a colossi come Swiss RE, Munich RE e GC Securities. La Swiss Re, ad esempio, ha costituito un programma chiamato Vita Capital IV Ldt. che muove fino a 2 miliardi di dollari. La compagnia francese Axa possiede un programma analogo chiamato Osiris Capital.

Esiste una Borsa di scambio dei titoli catastrofici, il Catex con sede nel New Jersey, in cui chi è esposto su una catastrofe può coprire il rischio con un altro evento che magari non si verifica. “È stato creato un altro mercato finanziario che scommette sulla vita e sulla salute collettiva”, dice Marco Bersani di Attac Italia, l’associazione contro le speculazioni finanziarie, che ieri ha lanciato la denuncia su questa ennesima trovata del mercato.

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