Davanti al piccolo alimentari di Castiglione d’Adda la coda è lunga, il cartello fuori avverte: entrano solo due persone alla volta. Si attende, qualcuno si lamenta. Il nervosismo sale. Del resto non si è più abituati a queste file. La calma però ritorna in pochi minuti. La gente in fondo capisce. La situazione è questa e meno male che al momento va così.

Dieci Comuni, circa 50mila abitanti, una quarantena mai vista prima. Qui c’è il più grande focolaio d’Europa di Covid-19. Qui è nato e qui passava il “paziente 1” di questa epidemia. Forze dell’ordine ed esercito controllano gli accessi in 35 punti dell’intera area. Sono 400 uomini che ruotano su quattro turni. Non operano solo ai check point ma anche nei piccoli centri proprio per monitorare le persone, individuare situazioni critiche che possano sfociare in episodi di violenza.

Qualcuno è già stato registrato. Dalla zona rossa non si può uscire. Ma si prova lo stesso. Un uomo di Codogno ha falsificato una sua dichiarazione. Ha detto che doveva uscire per una visita urgente e invece è scappato in Toscana. Qui è stato scoperto e gli è stato ordinato di rientrare. Naturalmente è stato denunciato. Particolare di non poco conto e che dimostra come gli ordini impartiti anche dalla Prefettura di Lodi siano rigorosi.

È andata forse meglio a una copia sempre della zona rossa che è arrivata a Partaccia in provincia di Massa Carrara e si trova in quarantena volontaria all’interno di un residence. Una famiglia di nove persone due giorni fa ha lasciato il Lodigiano per mettersi in quarantena nella loro casa di Montemarcello (La Spezia). Fughe e tensioni tra le persone. Reazioni prevedibili e previste, quanto contenibili a lungo dipenderà naturalmente dalla durata dell’emergenza.

Ieri piazza Venti settembre a Codogno non rimandava la sensazione spettrale dei primi giorni. Molta gente è uscita per le strade del centro: giovani e qualche anziano, alcuni bambini. A dimostrazione della volontà di mantenere un senso di normalità. Certo molto ancora non va. Le mascherine ad esempio. Le tre farmacie di Castiglione ne sono sprovviste; attendono le consegne e comunque ancora ieri in uno dei comuni più colpiti dal contagio mancavano.

Sono, invece, arrivate a Codogno, ma vengono gestite dalla Protezione civile e fornite prima di tutto agli operatori sanitari e agli anziani. Di certo avvicinarsi a una coda davanti a un supermercato equivale a essere cacciati in malo modo e anche insultati, come testimonia un signore del comune di Fombio, secondo il quale poi non sempre le forze dell’ordine sembrano pronte e preparate nel dare spiegazioni sui protocolli da applicare. In realtà il loro lavoro è di grande utilità. “E poi c’è il problema di negozi e aziende chiuse”, spiega il vicesindaco Stefano Priori. Il grande nervosismo qui è dato proprio dallo stop di quasi tutte le attività lavorativa in una zona, il Lodigiano, piena di piccole e medie imprese.

E mentre l’emergenza morde i cittadini della zona rossa, ancora ci si interroga su come una parte del contagio sia nato dall’ospedale di Codogno dopo l’accesso ripetuto del 38enne poi rivelatosi il “paziente 1”. E così a due giorni dalle accuse del premier Conte sulla mancata applicazione dei protocolli di sicurezza, ieri il procuratore di Lodi Domenico Chiaro ha aperto un’inchiesta proprio su questo. Fascicolo a modello 45 e quindi solo conoscitivo senza indagati e senza nemmeno il titolo di reato. Un’inchiesta simile è in corso a Padova per la morte del “paziente 1” di Vo’ Euganeo. “L’indagine – ha spiegato Chiaro – nasce per le parole di Conte”. Non per altro. I militari del Nas di Cremona così hanno acquisito documenti negli ospedali del Lodigiano, in particolare quelli di Codogno e di Casalpusterlengo. È stata portata via la documentazione clinica del cosiddetto “paziente indice” o “paziente 1”. Lo scopo: capire se ci sia stata una falla nelle procedure che ha scatenato il virus. Il direttore dell’Asst di Lodi Massimo Lombardo ieri ha spiegato che il “paziente 1” il 18 rifiutò una proposta di ricovero prudenziale. Anzi, dice di più: “La cena svoltasi a fine gennaio con l’amico rientrato dalla Cina, secondo i protocolli del ministero non classificava il caso 1 come caso sospetto o caso probabile”.

Quando poi la moglie rivela la cena, il paziente è in crisi respiratoria ed è in reparto generale con altri degenti da meno di 24 ore, tempo utile al contagio anche se l’uomo ha fin dal suo secondo ingresso la mascherina dell’ossigeno. Subito viene isolato in rianimazione. E nonostante la cena con l’amico, secondo il direttore Lombardo, non costituisca un alert, il rianimatore procede subito al tampone poi risultato positivo.

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