Charlie Hebdo

Charlie Hebdo, cinque anni dopo l’attentato. Il caporedattore Biard: “La satira resta viva, ma pochissimi ormai la capiscono”

7 gennaio 2015 - Biard, caporedattore del foglio satirico fa un bilancio a 5 anni dalla strage jihadista. “Coi social ci si sente presi di mira da ogni idea diversa dalla propria”

Di Luana De Micco
5 Gennaio 2020

Fare satira è sempre più complicato. Ma la questione non è su cosa si può ancora scherzare. La domanda da porsi oggi è: le persone hanno ancora l’educazione e la cultura per comprendere la satira? In realtà sempre meno persone sanno leggere un disegno satirico ed è per questo che la satira sta sparendo. Ormai per i giornali il disegno satirico è solo fonte di seccature. Anche il New York Times non pubblica più vignette politiche. Ma è grave, perché è una forma di espressione giornalistica, con una sua storia di contestazione dei poteri, e di commento politico, che sparisce. I social hanno il loro peso: persone concentrate solo sul proprio ombelico si sentono prese di mira ogni volta che si esprime un’idea diversa dalla loro. Come se esprimere un parere implicasse per forza che si stia attaccando qualcuno. Non è così. Noi continuiamo per la nostra strada e rifiutiamo di fare disegni insipidi solo per evitare attriti. Continueremo a dare fastidio”. Charlie Hebdo non è cambiato, ci rassicura Gérard Biard. Il caporedattore del giornale satirico si è preso qualche giorno di riposo prima di tornare a Parigi e affrontare una settimana che si annuncia pesante. Martedì sono cinque anni e i “giornalisti amano i conti tondi”, scherza. Il 7 gennaio 2015 due terroristi, i fratelli Kouachi, dicendo di agire in nome di Allah, hanno aperto il fuoco nella redazione di rue Nicolas-Appert, a Parigi. Il giornale pagava per volere restare libero di dire la sua sempre e comunque, decidendo per esempio di ripubblicare le caricature di Maometto del giornale danese Jyllands-Posten o di ironizzare sul leader dello Stato Islamico al Baghadadi. Quel giorno 12 persone sono morte, tra loro Charb, il direttore, i disegnatori Cabu, Wolinski, Tignus e l’economista Bernard Maris.

Cinque anni dopo, come sta Charlie?

Sono arrivati nuovi giornalisti e disegnatori che nel 2015 non c’erano e non portano il peso di quegli eventi. Questo ci trasmette, se non spensieratezza, almeno della leggerezza e ci permette di proiettarci nel futuro. Il giornale ha ritrovato il suo livello di lettorato classico. Vendiamo 25 mila-30 mila copie a settimana e abbiamo circa 30 mila abbonati. Il costo della sicurezza però resta elevato.

Vi sentite ancora minacciati?

Sempre. Ormai gli insulti e le minacce, anche di morte, sono quasi una normale forma di espressione sui social, ma che per quanto ci riguarda non sempre restano virtuali. Quando riceviamo messaggi con le foto di piccole bare ci verrebbe da ridere, ma sporgiamo denuncia.

È cambiato qualcosa nel vostro lavoro?

Sul piano editoriale no. Non ci vietiamo niente, come sempre. Ma ormai siamo obbligati a spiegare ogni disegno, ogni commento. Siamo condannati a giustificarci sempre. Inoltre, come tutti i media, siamo confrontati a una forma nuova di censura, non istituzionale e difficile da contrastare perché agisce in nome di valori condivisibili come la lotta all’omofobia o al sessismo. Una censura che vieta di riportare delle dichiarazioni o di citare un’opera, un film ma che, così facendo, chiude la porta al dibattito democratico. A questo tema dedichiamo il numero del 7 gennaio.

A maggio inizia il processo per gli attentati a Charlie Hebdo e al supermercato kosher. Cosa vi aspettate?

Per quanto mi riguarda, mi interesserà leggere i commenti e seguire i dibattiti. Sui fatti, a parte improbabili colpi di scena, non emergerà nulla di nuovo. I principali responsabili non ci sono più e alla sbarra compariranno solo personaggi secondari.

Come lo vivrete al giornale?

Ci sembra essenziale che a coprire il processo siano due di noi, un giornalista e un disegnatore, che non erano presenti nel 2015. Questo processo deve avere luogo. Sarà simbolico. C’è chi dice che 5 anni sono troppi. Io penso che si avrà la giusta distanza per rianalizzare i fatti e riaprire i dibattiti. Ci dirà a che punto sta la società francese.

Ci farete una copertina satirica?

Ah, perché no? Quando commentiamo una catastrofe, il primo degli insulti che ci viene rivolto è: ‘Non lo avreste mai scritto su di voi nel 2015’. Ma chi dice così non ha mai aperto il giornale. Ci siamo già presi gioco di noi stessi con la famosa copertina del profeta in lacrime e la scritta: ‘Tutto è perdonato’. Non è stato facile, ma lo abbiamo fatto.

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