Fra il dicembre 2001 e l’aprile 2002, primo anno del secondo governo Berlusconi, abbiamo intervistato Francesco Saverio Borrelli, ex Procuratore capo e allora Procuratore generale a Milano in procinto di andare in pensione, per il libro Mani Pulite. La vera storia (Editori Riuniti e poi Chiarelettere). Ne riproponiamo alcuni stralci.

Dottor Borrelli, dov’era il 17 febbraio ‘92, giorno dell’arresto di Mario Chiesa?

Ero in montagna a Champoluc, Val d’Aosta, a sciare. Di Pietro mi telefonò nel tardo pomeriggio, tutto concitato: ‘Procuratore, ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo preso con le mani nel sacco!’.

Lei intuì subito le conseguenze che quell’arresto avrebbe provocato, o pensò che la cosa sarebbe finita lì?

Ero abbastanza scettico sull’esito dell’indagine, nata da tutt’altro filone: da una denuncia per diffamazione che risaliva a molti mesi prima. Quando Antonio mi riferì che si stava profilando l’ipotesi che il presidente del Pio Albergo Trivulzio ricevesse soldi in cambio di appalti e che lui contava di incastrarlo, non gli nascosi il mio scetticismo. Dall’alto di una certa esperienza, non pensavo che Chiesa si sarebbe fatto incastrare. Fino a quel momento, infatti, salvo alcuni casi clamorosi, si era rivelato difficilissimo trovare elementi solidi a carico di amministratori pubblici. Poi, invece, per fortuna, i fatti smentirono il mio pessimismo.

Che cosa ricorda delle settimane successive?

Venne spontaneo formulare l’ipotesi che, se Chiesa aveva tentato di riscuotere 14 milioni da una modestissima ditta di pulizie, ad altri fornitori di servizi o di opere di maggiori dimensioni avesse chiesto e ottenuto di più. Così si cominciò con il contattare questi imprenditori. Il sistema dei partiti che aveva retto l’Italia per un quarantennio era scosso dalle prime robuste spallate. C’erano già stati alcuni successi della Lega Nord, c’era il movimento referendario di Mario Segni. Insomma si aprivano nell’assetto politico le prime crepe più o meno vistose. E c’era anche un senso di insicurezza per le imminenti elezioni politiche. Il che contribuì a indebolire il fronte degli imprenditori e a indurli a qualche cedimento. Così l’indagine si allargò a macchia d’olio.

Non ci fu una gestione “politica” dell’inchiesta, nel senso di procedere per gradi, scegliendo gli obiettivi secondo le possibilità del momento?

Dipende dal significato del termine ‘politico’. Io paragonerei l’attività di Di Pietro a certe forme di Blitzkrieg, di ‘guerra lampo’, la tattica tipica degli eserciti germanici, che fu usata anche nello sfondamento di Caporetto: penetrazione impetuosa su una fascia molto ristretta di territorio, lasciando ai margini le sacche laterali, le più difficili da sfondare. Di Pietro agiva allo stesso modo: tendeva ad arrivare molto rapidamente ad assicurarsi determinati risultati certi, lasciando ai margini una quantità di altre vicende da esplorare in un secondo momento. Da questo punto di vista possiamo parlare di ‘gestione politica’: una strategia processuale che, a essere rigorosi, costituisce un’innovazione rispetto ai canoni tradizionali di indagine. Ma bisogna ricordare qual era il panorama di Tangentopoli: talmente sconvolgente da spaventare persino i pessimisti più accaniti, quelli convinti che la politica ‘è tutta un compromesso’ e che ‘i politici non possono non avere le mani sporche’. Così, una volta scoperta questa enorme città fiscale sotterranea e occulta, fatta di contribuzioni e prelievi illeciti, e capito che buona parte della politica si reggeva su forme di alimentazione del tutto fuorilegge, si impose la necessità di fare in fretta, di puntare molto rapidamente a uno scopo. Non quello di abbattere il regime o l’assetto politico. Ma di raggiungere al più presto risultati investigativi da presentare anche all’opinione pubblica con un buon grado di certezza. Di fatto, poi, la rappresentazione di quel panorama avvenne soprattutto nei grandi processi Cusani-Enimont.

Quando vi siete resi conto che l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei vostri confronti stava cambiando?

Direi più o meno in coincidenza con l’indagine sulla Guardia di Finanza. Finché si trattò di colpire l’alta politica e i suoi rappresentanti, i grandi personaggi dei partiti che cominciavano a stare sullo stomaco a tutti, non ci furono grandi reazioni contrarie. Anzi. Ma quando, con l’indagine sulla Finanza, si andò oltre, apparve chiaro che il problema della corruzione non riguardava solo la politica, ma larghe fasce della società, insomma investiva gli alti livelli proprio in quanto partiva dal basso. A quel punto il cittadino medio ebbe la sensazione che questi ‘moralisti’ della Procura di Milano volessero davvero passare lo straccio bagnato su tutta la facciata del Paese, sulla coscienza civile di tutti gli italiani. Parlo del cittadino medio che vive spesso di piccoli espedienti, amicizie, raccomandazioni, mancette per poter campare e rimediare all’inefficienza della Pubblica amministrazione. A quel punto, ho l’impressione che la gente abbia cominciato a dire: ‘Adesso basta, avete fatto il vostro lavoro, ci avete liberato dalla piovra della vecchia classe politica che ci succhiava il sangue, ma ora lasciateci campare in pace’. Quando siamo arrivati alla Guardia di Finanza, a parte le reazioni ovvie del mondo politico, anche una parte di imprenditori si è sentita toccata troppo da vicino da quest’ansia di pulizia che veniva dalla Procura di Milano, e non solo da quella: intorno alla Finanza c’era un vasto sistema di convivenze e connivenze. E questa svolta coincise col trascorrere del tempo e con un battage giornalistico troppo prolungato sul pool di Milano e sulla corruzione. La gente era stanca. Ci si stufa delle guerre, figuriamoci di Tangentopoli.

La accusano di essere un comunista.

Niente di più lontano dalla realtà. Mai avuto amicizie o parentele ideologiche con il Partito comunista, o con il Pds o con i Ds. E nemmeno con i socialisti. Io ho una formazione culturale di estrazione liberale, direi crociana, sicuramente più vicina al liberalismo classico che al materialismo dialettico.

Torniamo al 1994. Il 14 luglio, all’indomani del decreto Biondi, non firmò il comunicato letto in tv dai suoi sostituti procuratori. Perché?

Questa presa di posizione io non la condivisi. Anzi, sconsigliai i miei sostituti, ma non ci fu verso: erano troppo determinati.

Qual è stato il momento più difficile, più drammatico dell’inchiesta Mani pulite?

Quando Di Pietro diede le dimissioni. Anche perché, nel frattempo, stavamo subendo l’ispezione ministeriale straordinaria.

Se un suo nipote le domanda che cos’è Tangentopoli, lei che cosa gli racconta?

Be’, decisamente il caso Chiesa. È il caso di partenza, e il più evidente. Ma forse racconterei anche il caso della Metropolitana milanese: mi ha sempre colpito il fatto che ci fosse un unico incaricato della riscossione delle tangenti che poi divideva il malloppo fra i vari partiti, alleati o avversari non importa, rappresentati nel cda.

Che idea vi siete fatti del modo in cui la politica intende la giustizia? E quali differenze avete rilevato tra l’atteggiamento del centrodestra e del centrosinistra?

Abbiamo percepito, da parte di tutti coloro che esercitano il potere, senza distinzioni di colore, un comune fastidio per il controllo di legalità. In ogni momento. In questi anni ha preso piede una concezione secondo cui la magistratura avrebbe usurpato il posto proprio della politica e ora questa supplenza dovrebbe finire. Quest’idea l’hanno espressa tutti: il Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), il centrodestra, il centrosinistra. Io mi sono sforzato vanamente di spiegare che la magistratura opera sempre ‘in supplenza’. Forse è un gioco di parole e di concetti, ma è così persino nel campo della giustizia civile: nel senso che supplisce al mancato conformarsi spontaneo dei cittadini alla norma giuridica, alla regola scritta. E così nel penale: la giustizia interviene allorché ci si discosta dai precetti che sono penalmente sanzionati. È improprio parlare di supplenza della magistratura nella sfera legislativa o esecutiva. Chi le dovrebbe fare le indagini sulla corruzione, se non la magistratura? Se contro la corruzione non vengono prese misure preventive o contenitive dallo Stato, inevitabilmente si va incontro alla repressione. Questa però non è una supplenza. È la conseguenza della mancata prevenzione.

Vi aspettavate che il centrosinistra vi trattasse così male?

Sì. Perché non è un problema di destra o di sinistra. Il vero problema investe il rapporto fra potere e legalità.

Le sue dichiarazioni innescano da dieci anni polemiche politiche furibonde. Forse perché lei è un modello per un certo tipo di magistratura, un baluardo di resistenza?

No, assolutamente, se c’è qualcuno che ha un basso livello di autostima, quello sono io. Piuttosto mi hanno detto: ‘Il motivo è che tu non sei etichettabile. A te non riescono a prenderti da nessuna parte: hanno poche cose da rimproverarti, pochi argomenti da usare contro di te. Non sei un fannullone e nemmeno un comunista…’.

Be’, hanno detto che lei era il capo delle toghe rosse…

Io sono una toga rossa solo perché all’inaugurazione dell’anno giudiziario indossavo la toga rossa (con ermellino). Dal punto di vista delle correnti ho aderito agli inizi, anni 60, a Magistratura democratica. Ma quasi subito me ne sono distaccato.

Qual è il suo bilancio di Mani pulite?

Il risultato complessivo dell’inchiesta, per la società, è stato abbastanza modesto ai fini della ‘purificazione’ della vita pubblica. Infatti sento dire che la corruzione persiste. Ed è difficile avere una esatta percezione delle dimensioni del fenomeno, perché la visibilità della corruzione – diversamente da altri reati – è molto bassa. Un risultato invece positivo è questo: abbiamo dimostrato che, se ci si impegna e se c’è la collaborazione dei cittadini, è possibile riuscire a smascherare gli intrighi, perlomeno i più scandalosi, fra politica e affarismo. Inoltre abbiamo gettato un seme nel terreno. E, almeno in una certa fascia della popolazione, Mani pulite ha lasciato una gran voglia di pulizia e trasparenza. Una sete accresciuta dal desiderio di presentarci con la faccia pulita ai nostri partner europei. Tutto questo lascia un grande rimpianto per la trasparenza che non è stata raggiunta, perché l’opera di pulizia non è andata fino in fondo. Ma, anche se tenue, questa traccia rimane, questo seme è vivo: lo ricavo dalle lettere che continuiamo a ricevere. Per me è diventato quasi impossibile camminare per Milano, tanta è la gente che mi ferma per ringraziarmi.

Con quale sentimento lascia questo ufficio dopo dieci anni di Mani pulite?

Anzitutto con la consapevolezza di aver lasciato una traccia positiva, almeno in coloro che l’hanno voluta cogliere. Sul piano internazionale, l’Italia viene spesso presa a modello nei seminari sulla corruzione e la criminalità organizzata. A qualcuno sembrerà strano, ma all’estero Mani pulite è considerata una cosa ottima.

Lei ha detto, inaugurando il suo ultimo anno giudiziario: “Resistere, resistere, resistere come su un’ultima, irrinunciabile linea del Piave”. Come le è venuto in mente?

Ricordi di famiglia. Mio padre Manlio, quand’era magistrato a Firenze, aveva conosciuto Vittorio Emanuele Orlando, il presidente del Consiglio della Resistenza sul Piave. Abitava in una villa presso Firenze vicina alla nostra. Un giorno Orlando mandò a mio padre una cartolina, che ancora conservo: c’è la fotografia del volto di Orlando e in basso, stampata in caratteri antichi, un po’ goticizzanti, una scritta riferita alla battaglia del Piave: ‘Resistere, resistere, resistere’. Quella cartolina, ingiallita e affascinante, mi è tornata fra le mani mentre preparavo il discorso e di lì ho tratto la scaturigine psicologica per quel mio appello che, come spesso avviene, è stato frainteso.

Non incitava i magistrati a ribellarsi al governo?

Non era certo un invito ai colleghi, ma alla cittadinanza, alla collettività, perché si scuota e reagisca a questo dilagante sgretolamento morale, alla perdita del senso dello Stato, del senso civico ed etico, che purtroppo coinvolge anche molti che dovrebbero dare il buon esempio dall’alto. Ho detto quel che sentivo mio dovere dire, con la consueta franchezza, senza secondi fini e senza badare alle conseguenze. Sapevo che avrei suscitato polemiche. Ma l’ho fatto consapevolmente, a ragion veduta. Quando si avverte un pericolo, bisogna denunciarlo subito, a voce alta e con parole chiare. E io oggi avverto un grave pericolo, non solo per l’indipendenza della magistratura. Noi stiamo camminando a tappe forzate verso una forma moderna di regime. E, personalmente, non vorrei mai finire come coloro che alla vigilia del fascismo, per troppa prudenza, non dissero una parola, o parlarono sottovoce. Salvo poi pentirsene amaramente, quando non c’era più nulla da fare. Per fortuna, vedo che molta gente ha ricominciato a reagire, a mobilitarsi, anche a scendere in piazza. Sono manifestazioni che, per la mia indole ‘individualista’, non frequento. Ma mi commuovono. E sono, per me, il più grande motivo di speranza. Perché mi dicono che forse non tutto è stato vano.

Cosa augura all’Italia?

Lasciatemi citare una vignetta di Altan: ‘Sogno una democrazia senza fini di lucro’.

di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio

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