“Sono un po’ stanchino, direttore, non mi faccia lavorare ancora…”. È la serata di ieri, quando chiamiamo Giuseppe Conte. E lo troviamo piuttosto provato: pare che abbia dormito pochino, nelle ultime tre notti. Ma insistiamo per avere qualche chiarimento e precisazione. Soprattutto sulla coda velenosa del suo post di ieri su Facebook che accompagna lo scambio di lettere con Telt (la società italo-francese aspirante costruttrice del Tav): quella sulle “pressioni” di “gruppi di potere” e “comitati d’affari”.

Si riferiva a qualcosa o a qualcuno in particolare?

Quel mio riferimento a pressioni di comitati d’affari e gruppi di potere non si riferiva a nessun episodio specifico, anche se capisco che – senza che io lo volessi – possa aver destato qualche curiosità. Ho voluto solo ribadire con forza la correttezza e il rigore del metodo che ho seguito in questa come in tutte le altre mie scelte di governo. Io, quando decido, mi isolo da tutto e da tutti per non farmi condizionare. Quindi no, nessuna cordata imprenditoriale è venuta a farmi pressioni. Ma chiunque volesse sollecitarmi qualcosa deve sapere verrebbe respinto con perdite.

Cosa la soddisfa di più, nell’accordo con Telt sui bandi del Tav, oltre all’avere spento per ora i fuochi di crisi del suo governo?

Mi ha molto soddisfatto la risposta di Telt, che conferma come si possano avviare le dichiarazioni di interesse senza far partire i bandi di gara per alcuni mesi, senza il rischio di penali o di altri oneri per lo Stato e senza perdere gli eventuali finanziamenti europei, che servirebbero solo se l’opera andasse avanti. Ora viene il difficile: convincere Francia e Commissione Ue delle nostre buone ragioni illustrate dall’analisi costi-benefici, che indica una perdita di 7-8 miliardi per tutti e tre, non solo per l’Italia.

Ha già preso contatti con le controparti?

Sì, ne parlerò quanto prima con il presidente della Commissione Juncker e col presidente francese Macron. Stamane (ieri, ndr), mentre scrivevo a Telt, ho avvertito di questa interlocuzione sia Juncker sia Macron trasmettendo la lettera a Telt e chiedendo di incontrarli per avviare un processo decisionale condiviso. Che sarà complicato, ma che sono fiducioso di portare a buon fine. L’impresa appariva ancor più difficile quando incombeva la procedura d’infrazione Ue, e ce l’abbiamo fatta a sventarla. Perciò sono ottimista anche sul Tav. Macron lo vedrò già al prossimo Consiglio europeo (fissato il 21 e 22 marzo, ndr).

Lei è sempre stato No Tav?

Niente affatto. Prima di prendere in mano il dossier Tav, davvero non avevo alcuna opinione in materia, anche se per miei studi e formazione sono un grande appassionato di blue economy, e voglio dare come premier una spinta forte all’economia circolare, alla decarbonizzazione e a modelli più avanzati di sviluppo anche in tema di trasporti: noi governanti dobbiamo essere custodi del pianeta, non dispersori di risorse. Ma sul Tav non avevo studiato nulla e dunque non ero né pro né contro. Anzi, a furia di sentir dire che il Tav era in pieno corso, che gli scavi erano in stadio avanzato, iniziavo a pensare che tanto valesse completare l’ultimo tratto mancante. Ho anche ricevuto una nutrita delegazione di imprenditori e amministratori pro Tav. E li ho ascoltati senza pregiudizi. Poi, cominciando a studiare, mi son reso conto che i bandi dell’opera vera e propria non erano neppure partiti. E ho iniziato a dubitare della sua utilità, tanto più che deve ancora iniziare.

È stata l’analisi costi-benefici di Ponti & C. a convincerla?

Le dico di più: non mi è bastata neppure quella. Così ho chiamato Di Maio, Salvini e Toninelli a Palazzo Chigi, con i tecnici dell’analisi del Mit e quelli contrari della Lega. E mi son portato dei miei esperti, per essere il più informato e imparziale possibile. Ho iniziato il vertice da agnostico e ho assistito allo stress test che l’analisi del governo subiva da Salvini e dai suoi. Se non avesse retto, avrei detto sì a Salvini e no a Di Maio, anche se sapevo che avrei messo in grave difficoltà i 5Stelle. Ma io ho l’obbligo di decidere ciò che è meglio per gli italiani, non per i 5Stelle.

E poi cosa è successo?

Alla fine l’analisi ha retto bene allo stress test. E allora ho avvertito tutti i presenti che nessuno deve permettersi di dirmi: l’analisi regge, ma la buttiamo nel cestino perchè l’opera va fatta lo stesso senza discuterne. Ma come: abbiamo parlato per cinque mesi agli italiani dell’analisi costi-benefici e poi la cestiniamo? Sarebbe una presa in giro e io non sono un pagliaccio. Ecco il metodo: finchè ci sarò io a Palazzo Chigi, non permetterò a nessuno di deviare le mie decisioni per ragioni di parte, ideologiche o affaristiche. È l’unico metodo che può garantire i soldi e gli interessi dei cittadini italiani.

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