MARCIANISE (Caserta) – Brucia la monnezza in Campania. Brucia proprio come dieci anni fa, quando nessuno conosceva la Terra dei Fuochi, i sacchetti di spazzatura invadevano le strade di Napoli e i roghi notturni erano la quotidianità. Allora il problema erano le discariche stracolme di rifiuti e la soluzione del Commissariato per l’emergenza rifiuti fu di riaprire quelle dismesse, mentre la politica nazionale e regionale spingeva per la realizzazione di nuovi impianti. La gente si barricava davanti alle discariche di Caivano (Napoli), Benevento, Avellino e Salerno.

Nel 2008 nessuno sapeva ancora che nel triangolo della morte tra Napoli e Caserta, che sarà poi chiamato Terra dei Fuochi, erano stati interrati negli anni Novanta rifiuti radioattivi provenienti dal Nord Europa. Nessuno, a parte una commissione di inchiesta parlamentare che nel 1997 raccolse le dichiarazioni di Carmine Schiavone, cugino di Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo del clan dei Casalesi. Carmine da amministratore di camorra divenne un collaboratore di giustizia, ma il verbale di quella audizione fu desecretato solo nel 2013. Carmine Schiavone è morto di infarto tre anni fa, dopo aver subito un intervento alla schiena all’ospedale di Viterbo. La sua famiglia ha chiesto che venisse aperta un’inchiesta.

Oggi, a distanza di dieci anni, la Terra dei Fuochi torna a far parlare di sè. E stavolta non vanno a fuoco le discariche. Bruciano quegli impianti, sia pubblici che privati, realizzati per sanare l’emergenza del 2008. Bruciano da Napoli a Caserta. Solo nel Casertano ce ne sono 262. Il 1° luglio divampa un incendio nel cortile della ditta Ecologia Bruscino di San Vitaliano (Napoli), dove si riciclano le ecoballe. L’azienda è una controllata del gruppo Ambiente spa, che fa capo ai fratelli Pasquale e Santo (detto Dino) Bruscino, finiti negli anni Novanta in una inchiesta che coinvolse quello che viene considerato l’inventore dell’ecomafie, l’avvocato-imprenditore Cipriano Chianese (nemico acerrimo del super poliziotto Roberto Mancini che per primo scoprì la Terra dei Fuochi, salvo poi morire di cancro nel 2014). Sia i fratelli Bruscino sia Chianese, in quel processo, furono assolti. Chianese, invece, nel 2016 è stato condannato in primo grado a venti anni per associazione a delinquere, disastro ambientale, inquinamento delle falde ed estorsione.

Il 25 luglio scorso tocca all’azienda Di Gennaro a Caivano (Napoli,) un mese dopo allo Stir di Casalduni (Benevento). A fine settembre le fiamme divampano in un ex stabilimento di stoccaggio nella zona industriale di Pignataro Maggiore (Caserta). Il 26 ottobre brucia la Lea di Marcianise (Caserta): in due ore, le centraline dell’Arpac registrano una concentrazione di diossina sedici volte superiore ai limiti di riferimento.

Il 1° novembre, quando due guardiane si accorgono delle fiamme allo Stir di Santa Maria Capua Vetere, l’incendio ha già distrutto un capannone. Il sindaco di Marcianise, Antonello Velardi, attacca su Facebook: “È un incendio doloso, come gli altri. Non c’è traccia di autocombustione. Chi lo ha fatto è perché ha interesse a che tutto bruci. Tutto ciò avviene perché non c’è un’azione vera da parte di organismi che si interessano di rifiuti: innanzitutto la Regione Campania, lo Stato, la Provincia di Caserta e i Comuni. Anche se i Comuni sono l’anello debole”. Lo Stato arriva subito a Santa Maria Capua Vetere: il ministro all’Ambiente Sergio Costa, ex comandante della Forestale in Campania, lancia l’allarme criminalità. “La camorra fa schifo – dice – e non ci faremo mettere in ginocchio dai criminali”, annuncia poi una task force di carabinieri esperti in materia ambientale, l’invio dell’esercito per monitorare i siti più a rischio e la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica a Caserta. Il vicepremier Luigi Di Maio promette un Consiglio dei ministri nella Terra dei Fuochi. Tutto come dieci anni fa, quando un Berlusconi vittorioso dopo la caduta del governo Prodi portò a Napoli ministri ed esercito.

Eppure, in una Regione che sborsa ogni anno 150 milioni di euro per smaltire un milione di tonnellate di rifiuti che non vengono smaltiti, che manda gli scarti prodotti dai siti di compostaggio in Emilia Romagna, Belgio e Bulgaria e che paga ogni giorno 120mila euro di sanzione all’Unione europea, c’è qualcuno che aveva previsto una nuova emergenza rifiuti. È il governatore Vincenzo De Luca a dire, il 31 luglio scorso in Consiglio regionale: “Non ci possiamo consentire una nuova emergenza. Se dobbiamo aprire dieci siti di stoccaggio, ne apriremo anche venti perché ciò che conta è non avere rifiuti per strada”.

Di recente la Regione ha autorizzato l’apertura di due siti per i rifiuti speciali nell’ex fabbrica di zucchero Kero, confiscata alla camorra. A indagare sui quattro roghi nel Casertano è la Procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata da Maria Antonietta Troncone. A Napoli Nord si indaga sui casi Caivano e San Vitaliano. Per ora non si può parlare di legami tra i vari episodi. Ma la mano criminale non si ferma e poche ore dopo l’ultimo incendio, prende fuoco un autocompattatore di rifiuti a Santa Maria a Vico. Il ministro Costa non era ancora ripartito per Roma.

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