La Germania vorrebbe congelare l’accesso ai fondi europei di coesione per i Paesi che non rispettano “i principi fondamentali dello Stato di diritto”, secondo un paper di Berlino rivelato da Politico.eu. Il bersaglio sarebbero Paesi come la Polonia, che deve ricevere 86 miliardi di euro entro il 2020.

Il problema è sempre quello dei due pesi e due misure. Mentre uscivano le indiscrezioni sulla proposta tedesca, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, che di quella fermezza dovrebbe essere il garante, parlava dello scandalo Panama Papers al Parlamento Ue. Juncker ha ricordato dell’impegno della Commissione contro l’evasione fiscale e ha definito inaccettabile che certe aziende paghino 30 volte meno tasse dei loro dipendenti.

Nei giorni scorsi, però, i Verdi hanno diffuso un report di 27 pagine: “Come il Lussemburgo ha resistito alla cooperazione fiscale europea e ha fatto soldi aggirandola”. Juncker è stato ministro delle Finanze del Lussemburgo dal 1989 al 2009 e primo ministro dal 1993 al 2013: per tutti questi anni, ricostruiscono i Verdi (che sono all’opposizione dei Popolari di Juncker), il Lussemburgo si è battuto per arginare gli effetti delle regole Eustd, cioè lo scambio automatico di informazioni tra Paesi membri dell’Ue a fini fiscali previsto addirittura dal 2003. Ha sempre chiesto un sistema di ritenute alla fonte leggere invece della trasparenza sui redditi da tassare poi in uno dei Paesi Ue. Juncker ha sempre negato ogni responsabilità diretta nei cosiddetti Tax Ruling, gli accordi preferenziali con alcune multinazionali che usavano il Lussemburgo per non pagare tasse. Ma come dimostrano i documenti nel dossier dei Verdi, per tutto questo tempo Juncker guidava un Paese che a livello europeo si batteva per lasciare zone d’ombra in cui prospera l’evasione. Ogni promessa di Juncker sul tema ottiene un unico risultato: ricordare agli europei che hanno eletto (più o meno) il presidente sbagliato per la Commissione.

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