C’era una volta un’inchiesta che vedeva sullo sfondo Matteo Messina Denaro, al centro Andrea Bulgarella imprenditore siciliano trapiantato a Pisa, poi il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona e l’ex numero uno di Aeroporti di Roma Roberto Mercuri. La notizia è che quest’indagine – che ha rischiato di naufragare – c’è ancora. E soprattutto: è grave il modo in cui ha rischiato di essere scambiata per una vera e propria bufala.

A spiegarlo è la Corte di Cassazione, in una sentenza delle Sezioni unite, firmata da Giovanni Prestipino e Luciano Imperiali. Nell’ottobre 2015 il Tribunale del Riesame di Firenze annulla il decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla procura nei confronti di Bulgarella sospettato di essere collegato ad ambienti vicini a Messina Denaro, dall’altro di aver usufruito di favori da Unicredit per il tramite di Palenzona e del suo braccio destro Mercuri. La Procura di Firenze ipotizza una serie di reati finanziari in concorso, con l’aggravante di aver favorito la mafia. Il Riesame stronca l’intero impianto accusatorio sostenendo che “le fattispecie di reato ipotizzate appaiono tutt’altro che ben delineate…”. Un tale disastro che La Stampa, in un articolo firmato da Guido Ruotolo, scrive: “Un colpo ben assestato, micidiale, da stendere qualsiasi campione.

Il Riesame di Firenze nei fatti ha archiviato l’inchiesta della procura di Giuseppe Creazzo e del Ros dei carabinieri del colonnello Domenico Strada”. Dagli atti depositati il 17 giugno scorso, al contrario, si scopre che al tappeto non c’è finito né Creazzo né Strada, ma proprio il Tribunale del Riesame. E anche il sostituto procuratore della Corte di Cassazione, Ciro Angelillis, che aveva chiesto il rigetto del ricorso presentato dalla procura. “Il Tribunale del riesame – scrive la Suprema corte – ha operato un non consentito sindacato nel merito delle ipotesi accusatorie”. Fosse solo questo. Ha anche sindacato male. Il fumus commissi delicti non mancava affatto.

La Cassazione elenca gli elementi “convergenti nell’indicare Bulgarella e il suo gruppo imprenditoriale costantemente in rapporti di affari con elementi di spicco della mafia trapanese, così riuscendo a effettuare investimenti, prevalentemente in Toscana, per decine di milioni di euro, costituenti principalmente il provento dell’attività da lui svolta in seno alla società Calcestruzzi Ericina, poi passata dalle sue mani direttamente a quelle di Vincenzo Virga indicato come capo del mandamento mafioso di Trapani, tanto che la stessa società, nell’ambito di procedimento di prevenzione personale e patrimoniale a carico del Virga, veniva poi sottoposta a confisca”. La Suprema corte riferisce della “attualità dei rapporti tra le società del gruppo Bulgarella – oltre che personali del Bulgarella e del Poma – con Bellomo Girolamo, detto Luca, indicato come legato da vincoli non solo familiari a Matteo Messina Denaro”.

L’elenco di orrori stilato dalla Cassazione è da brividi: il Riesame ha “censurato numerose dichiarazioni di collaboratori di giustizia inerenti Bulgarella, attribuendo a esse genericità e scarsa precisione”. Poi ha “valutato come ‘assolutamente ordinari’ i rapporti commerciali di Bulgarella con Bellomo e altri parenti di Messina Denaro, ritenendo non particolarmente significativo la corresponsione di provvigioni su un importo complessivo di 529.000 euro nell’arco di diversi anni”. E ancora: “Ha valutato il contenuto di alcune soltanto delle intercettazioni telefoniche (…) per sostenere che da esse emergerebbe una considerazione del Bulgarella nell’ambito della banca Unicredit diversa da quella dell’imprenditore colluso con la mafia”. “Il tribunale – stigmatizza infine la Cassazione – ha esercitato quel sindacato sulla concreta fondatezza dell’accusa che in questa sede gli è precluso”. E ha rinviato al Riesame gli atti. Perché li valuti nuovamente.

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